Il processo va a rilento: la ministra chiama la madre dell’operaio morto

La donna ha scritto alla Cartabia per i tempi lunghi del procedimento aggravati dalla pandemia «Mai avrei immaginato una sua telefonata, da lei grande umanità. Mi ha detto che si informerà»
TERAMO. Un dolore di quelli che aprono il cuore e non sanno più rimetterlo a posto: la morte di un figlio.
Lo sa bene Annunziata Cario, 75enne napoletana madre di sei figli che da cinque anni attende giustizia per il suo Roberto schiacciato da una balla di plastica mentre era al lavoro nel Teramano. Ma i tempi dei tribunali non sono quelli della vita reale. Soprattutto con una pandemia. La sua rabbia di mamma l’ha messa in una lettera alla ministra Marta Cartabia. E tanta è stata la sua sorpresa quando ieri mattina la ministra le ha telefonato. Un colloquio intenso in cui, racconta la donna, «mi ha espresso tutta la sua solidarietà per la perdita di mio figlio e mi ha confermato il suo interessamento per le problematiche riguardanti la giustizia. La ringrazio immensamente per la grande sensibilità e l’umanità dimostrata nei miei confronti. Mai avrei immaginato di ricevere una sua telefonata».
Nella lettera la donna aveva segnalato i tempi del processo in corso al tribunale di Teramo con, scrive, «un dibattimento che a stento è iniziato e che non si riesce a celebrare per mancanza di aule adeguate».
Il processo in corso è quello per la morte di Roberto Morelli, camionista di 31 anni di Napoli che nel 2017 venne travolto da una balla di plastica nel piazzale di un’azienda di Castelnuovo Vomano dove era andato a caricare del materiale. Per quell’infortunio mortale sono imputati in sei. Il processo a cinque (uno ha scelto il rito abbreviato) è corso dopo il cambio di vari giudici e nell’ultima udienza di fine gennaio sono stati ascoltati dei testi della Pubblica accusa. La prossima udienza è fissata a maggio, ma rischia di saltare visto che l’aula in cui si svolge non consente di rispettare il distanziamento sociale in considerazione dell’alto numero di presenti tra parti civili (sei familiari tra cui la mamma), imputati e avvocati. «Sono sicura», ha scritto nella sua lettera alla ministra, «che morirò prima di vedere la fine di questo processo, anche prima della fine del primo grado, chiudendo per sempre gli occhi senza poter sapere come e da chi è stato ucciso mio figlio. Prima di morire vorrei poter andare sulla tomba di mio figlio Roberto per dirgli che la giustizia terrena ha fatto il suo corso».
E così ricostruisce l’avvocato Giorgio Varano che rappresenta la donna nella sua costituzione di parte civile: «Abbiamo scritto al presidente per chiedere di trovare un’altra soluzione, magari ricorrendo a spazi esterni così come fatto in altri tribunali, ma non abbiamo ricevuto nessuna risposta. Ci dispiace visto, tra l’altro, che si tratta di un processo a trattazione prioritaria».
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