Il racconto di 3 profughe: «A piedi per chilometri»

ISOLA DEL GRAN SASSO. Le bandiere animate di Ucraina e Russia che si danno la mano in segno di pace. E' il disegno che il piccolo Mihailo ha realizzato immaginando la fine della guerra. Lo mostra...
ISOLA DEL GRAN SASSO. Le bandiere animate di Ucraina e Russia che si danno la mano in segno di pace. E' il disegno che il piccolo Mihailo ha realizzato immaginando la fine della guerra. Lo mostra soddisfatto alla mamma: è l’unico maschietto tra le sette donne ospiti a San Pietro di Isola e sente, nonostante i suoi otto anni, la responsabilità di proteggerle.
Una raccomandazione che ha ricevuto dallo sguardo del papà quando si sono salutati. Gli uomini devono rimanere a combattere e le donne possono uscire dal Paese. E così hanno fatto Lena e Maiia, due commercialiste che, con figli e nipoti, da Odessa, nel Sud, hanno raggiunto la Moldavia e poi l’Italia per trovare accoglienza nella comunità del piccolo borgo del Gran Sasso in due case della ong Da.pa.du fondata dal compianto don Enzo Chiarini. Il sogno di pace di Mihailo è lo stesso che hanno tutti gli ucraini. «Non riusciamo a credere che sta accadendo tutto questo”», dice Lena con le figlie Katja e Dasha, «non c’è mai stata rivalità con i russi, mio marito è russo, parliamo russo. La nostra era una vita felice». La guerra la leggi nei loro visi e negli occhi lucidi mentre sul telefono attendono messaggi dai mariti lontani, ma dinanzi ai figli non perdono il sorriso e il coraggio che le ha portate ad affrontare 2.500 chilometri. «Mai avremmo pensato a una guerra», prosegue, «il 24 febbraio ci siamo resi conto della gravità, così la notte del 2 marzo siamo partite nonostante fossero saltate le linee di comunicazione». Una decisione sofferta, ma inevitabile. «La vicina Nicolaiev era stata bombardata, la litoranea di Odessa è diventata una roccaforte piena di mine», prosegue,«ho preso qualche abito, cibo e documenti: lasciare la casa è stato drammatico, ma ancor di più separarsi da mio marito che ci ha accompagnate fino a dove poteva. Lui ora è nascosto». Lena e le figlie hanno camminato a piedi 20 km fino alla frontiera con la Moldavia. «Più volte ho provato a tornare indietro da papà», dice commossa Katja, «arrivati alla frontiera siamo stati 8 ore in fila per un timbro e non dimenticherò mai quella moltitudine ammassata nel panico». Accolte senza difficoltà le due donne hanno incontrato Oleg, un imprenditore moldavo che sta aiutando i profughi. «Oleg è stato un angelo in terra e ci ha portate a prendere l’autobus per l’Italia», confida Lena, «il giorno prima ha aiutato Maiia che è venuta qui in auto. Sembrerà strano che ci si affidi a uno sconosciuto, ma nella nostra situazione non c’è altra scelta che pregare Dio e fidarsi per lasciarti la guerra alle spalle». Mentre Maiia tiene tra le mani il “salo” un prodotto tipico ucraino, un modo per sentirsi a casa, Katya che studia medicina cerca di seguire le lezioni: gli insegnanti le impartiscono online anche dai bunker e smettono solo quando suona la sirena. Le donne sono orgogliose di essere ucraine, tessono le lodi al proprio popolo che resiste, al presidente Zelens'kyj, ma desiderano tornare a casa.
Adele Di Feliciantonio
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