Il reduce e il suo diario «Io racconto la guerra»

Giovanni Paolone di Penna Sant’Andrea ha 94 anni e una memoria nitida «Quel periodo non va dimenticato, sono l’unico nel paese che può ricordare»
PENNA SANT’ANDREA. Un bisogno, un desiderio grande, una forte necessità per lui raccontare la sua storia. Con i suoi 94 anni caratterizzati ancora da verbi coniugati al futuro si stupisce di come la sua mente sia lucidissima e di come tenga fermi i ricordi. Le date, i posti, soprattutto quelli legati alla guerra. «Sono l’unico del mio paese che ancora è in vita e può raccontare, io ricordo tutto e ho pure il diario di prigionia». Lo cerca. Da solo, nella sua cameretta nella casa dove vive con uno dei due figli, la nuora e due nipoti. Un nome importante il suo, che con il suo cognome lo diventa ancor più. Si chiama Giovanni Paolone. Scherzando nota che Giovanni e Paolo sono stati due giudici importanti che hanno lottato contro la mafia, Falcone e Borsellino, e il papa che ha guidato la Chiesa per 27 anni aveva scelto Giovanni Paolo II come nome. Ne va fiero. Sorride. Con il sorriso apre il suo piccolo tesoro. Un diario che sta nel palmo di una mano e contiene parole dolorose e delicate. Lo ha comprato il 6 febbraio 1942. Nelle prime pagine ci sono gli indirizzi e i nomi dei soldati che piano piano conosceva e con i quali faceva amicizia, poi l’elenco dei soldi che arrivavano da casa: 50 lire la cifra ricevuta il 24 marzo di quell’anno. Seguono le pagine che lui ha titolato Diario di Prigionia.
«10-09-1943 caduto prigioniero a Trieste e portato a Postumia (Slovenia) in treno, poi preso la corriera fino al campo di concentramento». Queste le prime parole di un diario che racconta tutta la sua vicenda personale negli anni della seconda guerra mondiale, ma ne interrompe la lettura per raccontare a voce tutto quello che contiene. «Io sono nato il 24 giugno del 1923 da una famiglia contadina di Cermignano, eravamo 7 figli, due femmine e 5 maschi. La guerra l’ho fatta io e altri tre miei fratelli. Siamo tornati tutti vivi grazie a Dio. Io ho fatto servizio a Trieste, partii il 2 febbraio 1942, allora si era impegnati sul fronte russo, libico e in Slovenia. Io dovevo partire per la Russia, ma l’8 settembre del 1943 ci fu l’armistizio e Badoglio ci disse: “Cari italiani per noi la guerra è finita, difendetevi contro chiunque”. Fu il caos, gli amici divennero nemici, tutto allo sbando. Il giorno dopo ci fu uno scontro con i tedeschi, la ritirata e consegnammo loro tutte le armi e ci caricarono su un treno e da soldato diventai prigioniero. Mi portarono a Postumia, poi ci hanno caricato per Lubiana in Slovenia dove c’era un campo di concentramento. Il giorno dopo partimmo di nuovo per la Germania, dove arrivai il 14 settembre 1943 in un campo di concentramento. Il mio numero era 101-306, cavavo patate in quei giorni, in una azienda agricola e poi ho lavorato in una segheria. A un certo punto iniziarono i bombardamenti americani, la salvezza. L’America ci ha salvato e noi festeggiavamo dicendo grazie all’America che poi ci ha rimpatriato. Sono tornato a casa il 20 luglio 1945». Quel giorno ha smesso di essere 101-306 ed è tornato a chiamarsi Giovanni. Si è poi sposato, con Giulia, e ha avuto due figli: Gaetano e Domenico e 4 nipoti. E’ vedovo da qualche anno e si dedica al suo piccolo orto e agli animali domestici. Gioca a carte, ama il mare, stare con le persone e informarsi: «Io leggo i giornali, IlCentro lo leggo sempre, leggo i titoli grandi. Vedo i telegiornali e secondo me la guerra non la si deve scordare. Ecco perché io voglio raccontare e sono contento che oggi l’ho potuto fare».
Evelina Frisa
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