Il saluto dei 60 afghani: «Il Gran Sasso nel cuore»

14 Settembre 2021

I profughi lasciano Montorio e Isola per nuove destinazioni in altre regioni: «Non dimenticheremo mai quello che avete fatto, trattati come dei fratelli»

MONTORIO. «Montorio e Isola rimarranno nei nostri cuori: grazie per l’accoglienza e il calore che ci avete dato in un momento difficile. Ci siamo sentiti come fratelli in una grande famiglia e saremmo voluti restare. Ci auguriamo di trovare una destinazione ospitale come la vostra». Sono piene di commozione e di gratitudine le parole dei sessanta profughi afghani che ieri mattina hanno lasciato le strutture ricettive di Montorio e Isola del Gran Sasso dove sono stati ospiti per due settimane per raggiungere i Cas – Centri accoglienza straordinaria - gestiti dalle prefetture nelle Marche, in Umbria, Puglia e Campania. Verranno sistemati in appartamenti per ricreare la vita familiare.
Un’altra partenza per i rifugiati, dopo quella della salvezza con sole poche cose addosso sull’areo militare italiano che dall’inferno di Kabul presidiato dai talebani li ha portati in Italia: prima nel centro di accoglienza di Avezzano, poi nel Teramano e ora verso una nuova vita, con tanti punti interrogativi sul futuro, ma con la certezza di essere salvi dalle milizie che li cercano in patria per la “colpa” di aver prestato servizio per il contingente italiano di stanza a Herat. Una partenza, questa volta, con tanti bagagli pieni di abiti e giocattoli donati dalle popolazioni locali. «Qui ci hanno trattato benissimo e siamo tristi perché dobbiamo andare via», dice emozionato Haziz, che dà le ultime informazioni sul viaggio ai connazionali, «ora siamo al sicuro, ma in Afghanistan la situazione peggiora ogni giorno, soprattutto sul fronte della libertà e delle donne. I talebani sono spietati e anche quando era tornata una sorta di normalità nelle città con la presenza delle forze Nato abbiamo vissuto sempre con la paura perché le milizie erano nascoste sulle montagne». Mentre parla sorride con gli occhi alla moglie, al figlioletto e al cognato: «Insieme per costruirci una vita nuova nella patria che ci ha accolti e che ringrazieremo sempre». Said Hasim attende trepidante con la moglie e i tre figli il trasferimento mentre racconta della sua azienda agricola e del suo lavoro per nove anni nella mensa nella base italiana. «Fin quando ci saranno i talebani non possiamo tornare nella nostra terra dove abbiamo lasciato affetti, casa, lavoro e tutta la nostra vita», spiega, «ma siamo felici di essere qui e di rimanerci. Grazie per tutto quello che hanno fatto in questi giorni per noi». La famiglia lontana è un pensiero fisso per Mhuammad, uno studente di informatica che è arrivato solo. Con in mano la foto dei fratellini confida il sogno di volersi laureare in Italia. I bambini giocano, mentre i rifugiati scattano le ultime foto in gruppo con il Gran Sasso all’orizzonte da mandare ai parenti lontani. Il momento dei saluti è il più triste: con i gestori degli hotel che sono stati «tanto buoni e disponibili con noi e non li dimenticheremo» come hanno detto gli afghani, ma anche tra di loro perché sono stati divisi in gruppi e non tutti andranno nella stessa regione. C’è chi finalmente si ricongiungerà, come Bawar che da Isola ha ritrovato sull’autobus suo fratello che alloggiava a Montorio e chi, invece, si congeda con un arrivederci dopo tanti giorni trascorsi insieme e un’amicizia nata per caso, ma che ha fatto superare tanti momenti difficili.
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