Il saluto di Seccia: «Grazie, teramani»

Il vescovo uscente: «Mi avete permesso di essere come sono». L’omaggio del sindaco Brucchi, l’abbraccio con l’imam
TERAMO. E’ un grazie che asciuga ogni retorica «perchè mi avete permesso di essere come io sono». Occorrono sempre sguardi molto acuti per capire il mondo che ci circonda. Sempre e comunque. Anche alla fine di un viaggio durato quasi 11 anni: quello del vescovo Michele Seccia alla guida della diocesi di Teramo-Atri.
Ed è negli sguardi e nelle presenze dell’ultima messa celebrata ieri sera nel Duomo (prima di andare a Lecce come arcivescovo) che le tappe di un cammino diventano immagini di vita. L’abbraccio con la sua gente, la stretta di mano con il sindaco Maurizio Brucchi che ne ricorda «la vicinanza nei momenti difficili della comunità, a cominciare dal terremoto», il saluto dopo la cerimonia dell’imam Mustapha Batzami «perchè è un uomo che ha a cuore il dialogo tra le civiltà, abbiamo collaborato, siamo amici».
Seccia non si sottrae al rito dei bilancio e per farlo sceglie di parlare al cuore e alla mente. «E’ un grazie reciproco che non è formalità», dice nell’omelia, «perchè quando si sta insieme la storia di ciascuno diventa la storia di tutti. Insieme abbiamo fatto un percorso di vita, un popolo in cammino nella storia. Ma le parole non ci devono scivolare addosso, devono essere sempre concretezza con il dialogo e l’arricchimento reciproco. E’ questa la realtà che ho considerato tra i vostri monti, è questo il senso profondo di una comunità che si muove nella storia, che costruisce qualcosa nell’unità».
E’ sempre stato immerso nella realtà il vescovo Seccia. E in questi undici anni di facce ne ha incontrate migliaia: nelle parrocchie, negli ospedali, in carcere, nelle fabbriche: l’ultima in ordine di tempo la vertenza dell’Hatria che lo ha visto partecipare all’assemblea davanti ai cancelli dello stabilimento di Sant’Atto. Poi l’emergenza del terremoto che, prima di Teramo, Seccia ha conosciuto nel 2003, nei giorni della tragedia di San Giuliano, quando era alla guida della diocesi di San Severo. «E’ un’emergenza per tutti», aveva detto nei giorni difficili delle scosse continue, «ma tutti noi dobbiamo rimboccarci le maniche e andare avanti. Uso una parola biblica e dico che il deserto fiorirà. Può sembrare semplicistico, me ne rendo conto. Ma così non è. Perchè quando si affrontano le emergenze bisogna restare con i piedi ben piantati a terra anche se, è evidente, nulla è mai facile e convivere con la paura non è semplice. Ma è nelle difficoltà che una comunità si ritrova». E del terremoto con quelle duecento chiese ferite parla, nel suo saluto, don Gabriele Orsini, volto storico della Curia teramana: «la nostra grande famiglia viene lasciata con duecento chiese ferite, ma un padre che lascia porta sempre i suoi figli nel cuore. Noi le auguriamo di andare sempre dove il suo cuore missionario la porterà. Noi saremo sempre con lei». E poi il grazie del sindaco Brucchi: «un grazie a nome di tutta la comunità che rappresento perchè oltre ad essere la nostra guida spirituale in questi anni è stato vicino a questa comunità nei momenti difficili che abbiamo attraversato e di momenti difficili ne abbiamo visti davvero tanti. Ci auguriamo di poterla rivedere presto a Teramo».
E ancora strette di mano e abbracci a raccontare la funzione con i suoi riti. Fino alla fine, a quel corteo di sacerdoti e diaconi che lo riaccompagna in sacrestia. E qui ancora abbracci. Come quello dell’anziano che ricorda il giorno del suo insediamento. «Quell’8 settembre del 2006 io c’ero», dice, «e rammento la sua stretta di mano. Mi fece una buona impressione, quella di un uomo che comunque vuole esserci. In questi anni ho capito che non mi ero sbagliato: è sempre stato uno di noi».
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