Il sindaco di Montorio rimuove falce e martello: «Opera pericolosa per i cittadini»

Il manufatto in ferro battuto, degli anni ’50, in paese era un simbolo delle lotte sindacali del Vomano. Il primo cittadino Fabio Altitonante: «Sarà conservato in un posto sicuro». E il Pd fa richiesta per l’affidamento
MONTORIO AL VOMANO
È protesta e acceso dibattito a Montorio al Vomano, nel Teramano, per la rimozione, da parte del Comune, del manufatto in ferro battuto rosso rappresentante la falce e il martello, simbolo in paese delle lotte operaie e sindacali del Vomano degli anni ’50 che era installato su un muro di contenimento del lungofiume. Da diversi anni la vegetazione folta ne aveva coperto la visuale, ma non la memoria in una parte di cittadini che, appresa la notizia, si sono mobilitati per lamentare la perdita di quello che hanno definito «il simbolo della conquista dei diritti dei lavoratori e dell’antifascismo montoriese». E così il grande manufatto, che vanta quasi ottant’anni di vita, è stato mandato «in pensione» tra il benestare di una parte dei residenti, che si sono schierati a favore della decisione del primo cittadino, e la protesta accesa che anima da giorni il paese e i social network di un’altra parte di montoriesi; lamentano di essere stati privati di «una parte della storia di Montorio». Nell’ordinanza firmata dal sindaco Fabio Altitonante (FI) si legge, tra le motivazioni, di «rischio attuale e potenziale per il distacco del manufatto in un’area destinata alla fruizione, quindi, a tutela dell’incolumità degli utenti». La decisione è stata presa nel corso dei lavori di messa in sicurezza e mitigazione del rischio idraulico e idrogeologico del lungofiume Vomano che interessa anche il tratto storico della muratura della cinta urbana. «Il manufatto metallico è collocato abusivamente, senza titolo, fissato con sistemi di ancoraggio artigianali» recita l'ordinanza. «La relazione storico-documentale redatta dal tecnico descrive il manufatto caratterizzato da fenomeni di ossidazione e degrado materico e dopo sopralluoghi e interlocuzioni con la competente Soprintendenza, in un’ottica di leale e trasparente collaborazione istituzionale, anche se si tratta di manufatto abusivo, è stata valutata l’attualità del rischio e allo stato degli accertamenti non è possibile attestare positivamente l’assenza di un potenziale pericolo che assume carattere attuale e concreto. Il manufatto», conclude, «sarà integralmente conservato in un deposito idoneo e individuato dall’amministrazione per assicurare integrità, protezione dagli agenti atmosferici e tracciabilità vietando qualsiasi distruzione, smaltimento, cessione, modificazione, alienazione o utilizzo». Le operazioni di rimozione sono state completate, anche se, sul muro, permane l’ombra ben riconoscibile della falce e il martello. Ma il dibattito è in pieno fermento, assumendo un vero e proprio confronto con tinte di appartenenza politica. C’è chi ha accolto la rimozione e si è esposto sui social. «D’improvviso un simbolo di ferro nato per una campagna elettorale del dopoguerra diventa un patrimonio identitario irrinunciabile. Per anni è stato lasciato all’incuria senza chiederne una tutela formale e a chi ne vuole preservare la storia basta richiedere il manufatto e custodirlo nelle sedi associative o private, lasciando che gli spazi pubblici e demaniali restino sicuri e neutrali per l’intera collettività», si legge in uno dei tanti post che in queste ore circolano sui social. Alcuni hanno lamentato che «una certa parte politica si sia ricordata del manufatto solo ora che è stato scoperto dallo sfalcio della vegetazione e non se ne sia presa cura negli anni preservandone l’importanza e la sacralità». C’è poi chi sostiene che rimuoverlo «non va a intaccare la memoria di quel che è stato e che comunque la memoria deve essere preservata e non abbandonata». E ancora, c’è chi si chiede ancora «dov’erano i nostalgici quando il simbolo è stato coperto per decenni dalle piante?». Ma lo zoccolo duro di una parte dei montoriesi rivendica «un elemento rappresentativo della nostra gloriosa storia antifascista e le lotte del Vomano, di quei lavoratori che vedevano il futuro, l’uguaglianza e non la divisione» e continua a rievocare il passato del paese che è stato palcoscenico di lotte antifasciste e di assassini come quello del partigiano Ercole Vincenzo Orsini e delle lotte del Vomano. L’ex sindaco Gianni Di Centa ha parlato di «atto miope contro l’identità di Montorio» con una riflessione che a sua detta «va oltre la propaganda ideologica» e parla del manufatto come «simbolo di una comunità, non di un partito. Quel segno realizzato da artigiani, parte pulsante da sempre di Montorio, inciso sulla pietra non appartenne a una fazione, ma alla storia di Montorio. Rappresentava il riscatto di un territorio che, attraverso gravi perdite umane ed enormi sacrifici, si è opposto alla violenza del regime fascista. Un regime che cacciava gli artigiani, i sarti e i ciabattini dalle proprie botteghe e gettava le loro cose in piazza per impedire di lavorare e vivere dignitosamente». Il manufatto ricorda anche «le lotte operaie e popolari, con scioperi, blocchi stradali, proteste, lotte, conquiste di diritti».L'Anpi di Montorio ha chiesto al Comune «di conoscere il luogo di custodia del manufatto e contestualmente proporre un'iniziativa per il restauro e la valorizzazione dello stesso con rispetto per i nostri padri e i nostri nonni, per gli ideali antifascisti di cui esserne orgogliosi, le nostre radici e tutti coloro che hanno speso la vita per la libertà e per il lavoro». Il segretario del Partito Democratico locale Mario Tertulliani ha fatto richiesta formale in Comune per l’affidamento del manufatto.
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