Il sindaco ricorda il sacrificio del generale Dalla Chiesa

TERAMO. Il sindaco di Teramo Gianguido D’Alberto ha voluto ricordare ieri il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso il 3 settembre di 36 anni insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e alla...
TERAMO. Il sindaco di Teramo Gianguido D’Alberto ha voluto ricordare ieri il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso il 3 settembre di 36 anni insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e alla scorta. Lo ha fatto con un una lunga rilessione sul significato e le conseguenze di quel sacrificio, scrtita in una nota in cui ricorda che «Dalla Chiesa aveva un legame con la nostra terra. Da giovane carabiniere si batté al fianco dei partigiani in Abruzzo, salvando centinaia di prigionieri inglesi sfuggiti ai tedeschi. Il suo sacrificio di 36 anni fa, anche in termini di gratitudine, richiama direttamente la nostra attenzione. Perciò, a tanti anni di distanza, è ancora lecito chiedersi se da quell’assassinio sono generate una nuova cultura e nuove modalità di affrontare il fenomeno della malavita organizzata. Ed è altrettanto importante chiedersi se la mafia abbia esteso le sue tentacolari diramazioni in altre zone d’Italia. Tali interrogativi, che ripropongo ora in queste mie considerazioni, sono più che legittimi perché “chiunque pensasse di combattere la mafia nel ‘pascolo’ palermitano, e non nel resto d'Italia, non farebbe che perdere tempo”, come affermò lo stesso dalla Chiesa. Via da me ogni intento allarmistico e tanto meno ogni tentazione di voler attribuire alla malavita organizzata una affiliazione anche nel nostro territorio. Ma credo sia importante fermarsi a riflettere. Una delle più insidiose attività della criminalità organizzata, è quella di infiltrarsi dentro le istituzioni, permettendo la costante affermazione del disvalore che porta con sé: lo svuotamento delle istituzioni stesse, contrabbandate con i propri modelli, perniciosi e invasivi. E per fare questo utilizza strumenti che inquinano alla base i rapporti democratici, rendendo non di rado ‘normali’ pratiche, comportamenti e modalità d’azione che normali non sono e invece acquisiscono l’aurea di regolarità, avvelenando la convivenza democratica. Penso alla dipendenza che essa sa creare grazie alla mancanza di lavoro; al fascino che suscita con il ricorso al facile guadagno; alla messa in campo di una serie di pratiche capaci di aggirare i procedimenti legislativi e amministrativi per favorire il raggiungimento di obiettivi personali o di gruppo; alla sottomissione fisica e psicologica; all’obbedienza cieca che nella scala gerarchica dei suoi adepti genera assoggettamento e passività; al silenzio cui le sue pratiche violente e minacciose, costringe. Da tutto questo scaturiscono acquiescenza, remissività, rassegnazione. Non faccio fatica a pensare che la politica abbia utilizzato alcune di queste pratiche, dimenticando che essa dovrebbe invece rispondere alle sole regole che possono disciplinarla: lealtà, onestà, responsabilità. E, ancora per citare il generale dalla Chiesa: “Finché una tessera di partito conterà, più dello Stato, non riusciremo mai a battere la mafia”». «Come combattere, perciò, un sistema di tal genere?. si chide D’Alberto, secondo cui bisogna partire dalle scuole «ponendo alla base dei comportamenti proprio i sistemi e le pratiche dell’onestà e della responsabilità». Inoltre «occorre riconoscere ed assicurare diritti veri a chi non ne ha», cioè a «tutta quella silenziosa ma enorme quantità di disabili, uomini, donne, anziani abbandonati al loro destino di “periferie umane”, come direbbe Papa Francesco».

