«Il sistema è fragile Nei soccorsi ritardi e incertezze»

26 Gennaio 2017

Di Sabatino: siamo tutti eroi ma manca il modello, lo Stato ci ha lasciato senza risorse e non è chiaro chi comanda

TERAMO. Presidente Di Sabatino, i teramani percepiscono come questa emergenza abbia dimostrato la fragilità e la debolezza del territorio (per infrastrutture, dotazioni di uomini e mezzi, peso politico e mediatico). È così?

«Della fragilità, debolezza e del peso politico sono disposto a discutere ma questa emergenza ha dimostrato senza alcun dubbio una fragilità nella filiera dell’emergenza che va ben oltre la nostra o un’altra provincia. È una fragilità del sistema pubblico. Lungi da me lo scaricabarile, non è il mio stile. Il legislatore con le leggi di stabilità degli ultimi dieci anni ha smantellato un sistema e lasciato un vuoto – pensate ai miliardi di risorse tolte alle Province e quindi alla manutenzione di scuole e strade – senza prevederne un altro. Il trasferimento dei dipendenti, ne abbiamo la metà, il blocco del turnover del personale, l’impossibilità di dotarsi di figure professionali senza le quali oggi non puoi gestire né l’amministrazione né il territorio; l’impossibilità di fare acquisti e investimenti per mancanza di risorse – in cinque anni solo noi 25 milioni di euro – hanno fatto il resto. La privatizzazione dei servizi ha lasciato i territori privi di presidi territoriali, il pubblico ha accentrato. Ma il centralismo regionale mostra tutti i suoi limiti: non si passa da ente legislatore ad ente erogatore di servizi all’utenza per decreto».

Era possibile, viste le previsioni, far convergere prima a Teramo tutti gli uomini e mezzi che sono affluiti poi?

«Subito dopo le scosse, mercoledì mattina, senza luce come altri enti da tre giorni, ho lanciato un appello su Facebook e non è il mio stile: fateci arrivare esercito e genieri perché da soli non ce la possiamo fare. Poi sono saltati tutti i collegamenti, telefonici ed elettrici, per due giorni non siamo riusciti a parlare con i nostri operatori che erano sulle strade con duecento mezzi da domenica, è saltato il sistema Gps che pure avevamo. E abbiamo capito che pale e ruspe non servivano. Allora abbiamo cominciato a chiedere turbine: le prime utili – perché ne sono arrivate di non adatte allo sfondamento – sono arrivate fra giovedì sera e venerdì notte. Certamente in ritardo. I bollettini ufficiali dei giorni precedenti parlavano di neve abbondante a bassa quota, anche in passato abbiamo gestito simili emergenze. Non potevamo prevedere di rimanere senza luce, senza telefoni, con tre scosse di terremoto e sepolti da metri di neve caduta in pochissimo tempo e compattata come un muro. Alle condizioni date abbiamo fatto il meglio: poi, certo, sta emergendo in queste ore, in alcuni comuni le ditte convenzionate non hanno fatto il loro dovere. Ne subiranno le conseguenze».

Il coordinamento dei soccorsi? Da fuori l’impressione era di un certo caos.

«Ci sono state incertezze aggravate dalle condizioni atmosferiche definite da tutti gli esperti eccezionali. L’impressione è che ci sia una filiera troppo lunga, che non è ben definito il ruolo degli enti locali che hanno i dati e conoscono il territorio ma che non sono in rete con le altre amministrazioni locali e nazionali, che non è chiaro chi comanda e dirige. Nessuno di noi usa lo stesso linguaggio, i metodi sono diversi, non c’è una rete digitale, non abbiamo – come si è visto – ponti radio che avrebbero supplito alla mancanza di energia elettrica. Ci sono continue interferenze fra la direzione politica e quella tecnica. Negli enti locali manca sicuramente un management abituato a organizzare l’emergenza; se c’è, qualcuno lo tiene nascosto. Siamo tutti eroi ma manca il modello e così non si va da nessuna parte».

Blackout da record e comportamento dell’Enel, cosa ne pensa? E la Provincia farà qualche azione?

«Certamente, lo dobbiamo alla nostra comunità. In questi giorni abbiamo sofferto insieme agli uomini dell’Enel, che hanno lavorato in condizioni inverosimili; ci voleva da subito un tavolo tecnico fra Enel, che doveva effettuare gli interventi, e chi poteva rendere più agevole raggiungere i luoghi: un coordinamento che ci è stato chiesto solo il 21 gennaio. Ma loro sono una società e, semplicemente, devono rifondere i cittadini dei danni. Poi vorrei capire meglio il ruolo di Terna in questa storia, perché è come se ci fosse qualche passaggio che mi sfugge».

I danni che lascerà questa neve saranno duraturi sia sulle cose (frane, strade, condotte idriche) che sulla gente (ulteriore desertificazione dell’entroterra) e quindi sull’economia. Come tamponarli?

«Nulla sarà più lo stesso: il terremoto del 2009, due alluvioni riconosciute calamità naturali, una nevicata eccezionale nel 2012, due terremoti fra agosto e ottobre. Ora l’apocalisse di questi giorni. Ci sono danni che vanno ben oltre il pallottoliere dei numeri, che a questo punto viaggia sulle centinaia di milioni se contiamo le aziende distrutte e i posti di lavoro persi. Non basterà né ricostruire né mettere in sicurezza: ci vuole un progetto. Ho detto basta alle grandi opere, anche quelle del Masterplan, oggi tutti dobbiamo puntare a diventare un modello pilota di riconversione territoriale: opere di prevenzione, nuove tecniche di costruzione, cultura del paesaggio, interventi immediati sul dissesto idrogeologico, investimenti sulla rete stradale esistente. Oggi, non fra quattro anni. Bisogna crederci».

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