Il turismo religioso è crollato A San Gabriele -80% di presenze

Pesanti ripercussioni sulle attività legate al santuario: l’azienda Caart che produceva souvenir rischia di chiudere e invia una lettera-appello al senatore D’Alfonso. I ristoratori: «Siamo a terra»
ISOLA DEL GRAN SASSO. L’anno scorso è stato dell'80% in meno il flusso di presenze nel santuario di San Gabriele a causa del Covid. Solo 50 i pullman di pellegrini arrivati sotto il Gran Sasso rispetto alle centinaia che si contano ogni settimana in una situazione di normalità. Un triste bilancio che ha generato il crollo del turismo religioso in uno dei santuari più visitati del mondo, innescando, a sua volta, una crisi senza precedenti in tutta la Valle Siciliana. Il 2020 sarebbe dovuto essere un anno di grandi celebrazioni e con centinaia di migliaia di pellegrini, ma l’emergenza sanitaria ha fatto saltare i programmi.
«Nel maggio scorso sarebbero iniziate le celebrazioni giubilari per il centenario della canonizzazione di San Gabriele, ma tutto è rimandato a quest'anno», spiega padre Vincenzo Fabri, responsabile dell’ufficio stampa del santuario, «le manifestazioni come i raduni degli alpini e delle Confraternite, le feste dei 100 giorni agli esami e del motociclista, la Tendopoli, la festa del santo non si sono potute celebrare e altre solo in forma molto ridotta. Una piccola ripresa», aggiunge, «si è avuta in estate, ma si è trattato di pellegrinaggi familiari o singoli e in ottobre tutto si è di nuovo fermato. Il santuario è poi stato chiuso per tutto novembre perché il virus ha colpito la comunità religiosa. Una vera crisi, che si spera di superare».
Una crisi sentita soprattutto dagli operatori economici e turistici che contavano sul grande flusso previsto a San Gabriele. La Caart, azienda del territorio con una cinquantina di dipendenti che da settant’anni produce articoli religiosi e souvenir esportati nei cinque continenti lancia l’allarme con una lettera al parlamentare abruzzese Luciano D’Alfonso. Lo scorso marzo l'azienda ha trasformato parte della produzione in dispositivi di sicurezza Covid proprio per far fronte alla crisi, ma non è bastato. «Non abbiamo più la forza economica per sostenere l’azienda e di questo passo saremo costretti a chiudere», recita la missiva dei titolari, i fratelli Lucci, «abbiamo ancora in giacenza merce la cui consegna era prevista per lo scorso marzo, l’85% degli operai in cassa integrazione, abbiamo dovuto riconvertire in parte la nostra produzione per far fronte alle spese vive dopo che nel maggio 2019 abbiamo subito un incendio e fatto ingenti investimenti. I clienti non hanno liquidità per pagare, le banche non erogano finanziamenti, lo Stato ha dimenticato completamente il nostro settore, pertanto chiediamo un intervento urgentissimo da parte del Governo».
Perdite del 90% del fatturato per le strutture ricettive che si sostengono abitualmente con il flusso continuo dei pellegrini. In poche hanno riaperto. «Senza il santuario il lavoro si ferma totalmente», spiega Simone Simonetti de “La cantina degli antichi mestieri”, «faccio l’asporto con la clientela locale, è un arrangiarsi per sostenersi. Il rammarico è aver investito nella sicurezza del mio locale per poi dover stare chiusi». «Nella confusione dei colori delle zone abbiamo preferito restare chiusi sempre, ma abbiamo perso tante materie prime», dice Alessia D’Archivio del ristorante “Gran Sasso”. «La situazione è tragica», conclude Antonello Pescosolido del ristorante “Pina”, «i pochi turisti locali vengono solo nei weekend, ma ci fanno stare chiusi, non abbiamo agevolazioni fiscali, i pagamenti arrivano lo stesso. Speriamo nell’estate per reintegrare liquidità».
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