In centinaia per l’addio al carabiniere

14 Febbraio 2016

Castel Castagna, i colleghi ricordano commossi le sue missioni tra i terremotati di Haiti e i disperati dell’Afghanistan

CASTEL CASTAGNA. Per ricordarci quello che ci succede intorno abbiamo bisogno più di facce che di numeri senza nome. Come quella del carabiniere scelto Fabrizio Spagnoli, 33 anni, un sorriso luminoso nella foto sul tricolore che avvolge la bara. E a vederla oggi è facile immaginarlo in missione tra i terremotati di Haiti, i disperati di terre come la Bosnia e l’Afghanistan. «Sorrideva sempre, faceva grandi cose per gli altri senza mai ostentarle. Sì, Fabrizio era proprio come appare in quella foto e così voglio ricordarlo» dice il “suo” colonnello Patrizio La Spada.

Il comandante del 13° reggimento carabinieri Friuli Venezia Giulia di Gorizia lo ha riportato nella sua Castel Castagna dove per l’ultimo saluto a Fabrizio, morto nell’auto finita fuori strada in Slovenia, c’è il lutto cittadino. E qui nella chiesa di Santa Maria di Ronzano il dolore ha il volto del papà Silvio, del fratello Carlo, della fidanzata Manola, dei suoi amici, dei colleghi arrivati da Gorizia che portano a spalla la bara, dei tanti sindaci della zona, delle centinaia di persone che applaudono quando la preghiera del carabiniere conclude la celebrazione religiosa officiata da don Battista. E i ricordi diventano zattere a cui aggrapparsi. «Ero stato con lui tra i terremotati di Haiti», dice un suo collega, «Fabrizio era così come lo vedete in quella foto: sempre sorridente, sempre disponibile con tutti. E portava il suo sorriso e la sua disponibilità tra la gente che ne aveva più bisogno».

Perchè il carabiniere scelto Spagnoli, a Gorizia dal 2007, di missioni ne aveva fatte tante: non solo Haiti, ma anche Afghanistan, Bosnia e il servizio vigilanza all’ambasciata italiana in Arabia. Era stato in posti di guerra in cui la morte è un rischio con cui fare i conti in ogni momento. «Lui aveva sempre portato la sua professionalità e il suo sorriso luminoso», rammenta ancora un altro collega, «e ci sono dei posti di guerra in cui un sorriso diventa l’antidoto più efficace alla disperazione di chi da anni vive nella guerra».

E in un mondo che tutto centrifuga e troppo anestetizza allora i ricordi di questo carabiniere entrato nell’Arma con il sogno di aiutare gli altri raccontano più di ogni altra cosa l’ultimo saluto a Fabrizio. Perchè ci si può mettere sull’attenti anche davanti ad un’emozione quando il feretro esce dalla chiesa, il picchetto d’onore schierato gli rende onore, un vecchio carabiniere ormai in pensione porta la mano alla fronte e si lascia andare: «Era un carabiniere vero, di quelli che fanno bene alla gente».

E Fabrizio il suo «bene alla gente» lo raccontava sempre quando tornava a casa Castel Castagna. «Lo avevo visto a Natale», dice un suo amico, «quando parlava delle missioni all’estero gli si illuminavano gli occhi perchè diceva che c’erano posti in cui veramente la gente non riusciva a sopravvivere, in cui portare l’idea di una pace possibile era una grande scommessa. Ma lui ci credeva perchè di ideali veri ne ha sempre avuti tanti. Trasmessi dalla famiglia, dalla gente delle nostre montagne. Lui aveva scelto di fare il carabiniere perchè credeva veramente di poter aiutare, credeva nel valore della sua divisa». E ieri nella chiesa di Santa Maria a rendere onore a Fabrizio c’erano anche il generale Michele Sirimarco, comandante regionale dell’Arma, il comandante provinciale dell’Arma Pier Vittorio Romano, i maggiori Massimiliano De Luca e Rizziero Asci, il tenente Pietro Fiano. E poi tanti colleghi arrivati da vari centri della provincia e non solo. «Perchè noi carabinieri Fabrizio non lo dimenticheremo mai» dice La Spada. La voce adesso si arrende, le parole non servono più.

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