In duemila per l’addio a Patrick: «Ora giustizia per la tua morte»

17 Marzo 2024

Banda e palloncini per il ventenne rom trovato impiccato in carcere, nessun momento di tensione I familiari: «Il suo stato di salute non era compatibile con la detenzione, su questo vogliamo risposte» 

MOSCIANO. Oggi siamo tutti mamme e papà di Patrick, morto a vent’anni in carcere. Perché nel giorno dell’addio la tragedia è di tutti: dei duemila che si affollano fuori e dentro la chiesa madre di Mosciano, dei tantissimi fermi davanti ai negozi chiusi, di chi attacca striscioni all’ingresso della chiesa per chiedere giustizia per Patrick Guarnieri, il giovane di etnia rom trovato impiccato in una cella di Castrogno nel giorno del suo ventesimo compleanno.
Tolgono il fiato gli occhi senza più lacrime di mamma Cristina che abbraccia un orsacchiotto di peluche, scandiscono un silenzio irreale le parole di una delle due sorelle che a fine funzione sale sul sagrato per dire: «Non si è tolto la vita, gli hanno tolto la vita: giustizia per Patrick». Ma il dolore di chi per la prima volta si misura con un finale senza ritorno non è fatto di invettive: in chiesa c’è spazio solo per la disperazione. «Non è mai facile parlare in situazioni come queste», dice il parroco nell’omelia, «ma dobbiamo trovare sempre la forza di andare avanti, di guardare oltre il presente». E sceglie il brano del vangelo sulla resurrezione di Lazzaro per cercare parole di conforto ai tanti che affollano i banchi.
Nessuna divisa: tutti in borghese gli agenti della polizia penitenziaria di scorta alla mamma detenuta (attualmente in ospedale) e di scorta a 8 familiari detenuti che hanno chiesto di poter uscire per partecipare ai funerali del ragazzo. Nessun momento di tensione, nessun attrito, nessuna ostilità. A scandire cerimonia funebre e il corteo il suono della banda, il passo dei tanti che portano decine di corone di fiori, il mesto rito dei palloncini e i ricordi che diventano zattere. Dice Adele Di Rocco, del coordinamento Codice Rosso, che affigge manifesti fuori dalla chiesa: «Patrick si esprimeva con difficoltà perché aveva dei problemi all’udito, ma dopo un intervento chirurgico fatto quando era piccolo riusciva a comunicare e farsi capire. Era sempre sorridente, era aperto alla vita. Era sempre stato seguito dai familiari e ora è giusto che è genitori sappiano la verità. Quello che è successo è il fallimento del sistema giuridico e detentivo. Quello che è successo non doveva accadere perché le condizioni di Patrick erano incompatibili con il sistema carcerario. Patrick oggi è un figlio di tutti e dobbiamo muoverci tutti affinchè la prevenzione e un diverso sistema facciano sì che non ci siano altri casi come questo». Fuori dalla chiesa i palloncini bianchi, i fumogeni, gli applausi, gli abbracci che diventano collettivi, mamma Cristina e papà Gervasio piegati sulla bara bianca. Tutt’intorno le magliette con l’immagine di una ragazzo che sorride. «Perché Patrick sorrideva sempre», dice un cugino, «le sue difficoltà di comunicazione non gli hanno mai impedito di vivere pienamente. Era un ragazzo di vent’anni che come tutti quelli della sua età guardava al futuro, al domani. E oggi questo giovane di vent’anni è in una bara. Questo non è giusto. Per nessuno». Ancora una mano che sfiora la bara e poi il corteo parte per il cimitero. Ultima destinazione per Patrick, ragazzo di vent’anni morto in carcere.
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