In duemila per l’addio al piccolo Marco

L’abbraccio della mamma ai suoi compagnetti e ai volontari della Croce Rossa
PINETO. Per sopravvivere devi aggrapparti a qualcosa perchè un padre e una madre non dovrebbero mai ricordare la morte di un figlio.
E allora asciuga ogni retorica mamma Marta che in chiesa alza la mano per salutare i compagnetti di classe del suo Marco riuniti sul sagrato e “dà il cinque” ai piccoli atleti del Pineto calcio che non smettono di piangere. Perchè a nove anni la morte è un inaccettabile imprevisto nell’affollata quotidianità della vita che a quell’età dovrebbe essere solo gioco, sport, scuola, playstation. Non certamente il funerale del tuo migliore amico che non rivedrai più perchè è morto mentre giocava a pallone stroncato da una malformazione cardiaca.
E non è vero che la morte è sempre uguale: nella chiesa di Sant’Agnese siamo tutti mamme e papà, zii, nonni pronti a condividere il dolore nel vano tentativo di esorcizzarlo. Con i ricordi, gli abbracci, le parole. Quelle dei cugini e degli zii di Marco Calabretta che si susseguono sull’altare. «Amavi il calcio, la montagna, la caccia e la musica dei Blues Brothers», racconta una cugina, «eri sempre sorridente e amico di tutti. Avevi nove anni e un futuro. Noi non ti dimenticheremo mai». E lascia senza fiato sentire un altro cuginetto: «Per me eri come un fratello, mi aiutavi sempre e mi davi forza. Ti volevo bene e te ne vorrò sempre».
Gli applausi continui rompono il silenzio irreale di una chiesa piena all’inverosimile: i tanti che non hanno trovato posto sono rimasti fuori, nella piazza. Sono in tanti, forse duemila. Forse di più. «Non abbiamo parole per ringraziarvi tutti», dice una zia. Si stringono le mani mamma Marta e papà Giuseppe. Si stringono e abbracciano Luca che è nato un anno dopo Marco. E quando i due intonano le canzoni del coro lui ascolta e ripete. Ed è sempre con loro quando sono i primi a raggiungere il sagrato per l’eucarestia. Ha un sorriso per tutti mamma Marta: per il figlio Luca, per il marito, per gli amici che l’abbracciano, per le ragazze del Volley Silvi che lei, ex pallavolista, allena.
E sembra non finire più quello che regala ai volontari della Croce Rossa che venerdì pomeriggio erano sul campo di calcio in cui Marco si è sentito male e che ora sono fuori dalla chiesa. Li abbraccia e li ringrazia: «Grazie per quello che avete fatto, non lo dimenticherò mai». Ma per ora c’è solo il dolore che non dà tregua. «Anche se il risultato dell’autopsia è un balsamo per la nostra ferita», dice una zia dall’altare, «perchè Marco ha vissuto con un cuore a metà, ma nessuno di noi avrebbe potuto mai immaginarlo perchè era un bambino sano che faceva tutto quello che fanno i bambini di quell’età». E’ un’omelia breve quella di don Guido che celebra la messa con altri sacerdoti. Ricorda Marco, la sua voglia di vivere, ma si sofferma soprattutto «sull’esempio di due genitori che riescono a vivere un momento di infinito dolore con tanta compostezza. Un grande esempio per tutti noi».
Si consumano i minuti nella chiesa gremita con mamma Marta e papà Giuseppe che restano abbracciati fino all’ultimo. E Giuseppe a mettere le foto di Marco sulla bara quando la cerimonia inizia, e Marta a toglierle quando gli ultimi riti scandiscono la fine. C’è Marco che sorride mentre gioca e c’è Marco in tenuta da caccia. Perchè papà e nonno sono cacciatori e anche a Marco piaceva partecipare alle battute indossando la sua piccola mimetica. «Lo sport e la caccia erano le sue passioni» ricorda una cugina. Ancora pochi attimi per fermare i ricodi mentre lentamente la chiesa si svuota.
Marta e Giuseppe restano in piedi accanto alla bara. Le mani la sfiorano: la carezza di un ricordo è una zattera a cui aggrapparsi nell’oceano del dolore. Ancora applausi, ancora le note del coro. Escono i bambini del Pineto calcio, escono le atlete del Volley silvi, in piazza si levano i palloncini bianchi e un lungo, sembra infinito, rumoroso battito di mani accoglie Marta e Giuseppe che escono con le braccia alzate. Ancora abbracci, ancora ricordi, strette di mano che sembrano non finire mai. E ancora lacrime: quelle dei compagnetti di classe e dei piccoli giocatori. Ma per loro c’è sempre mamma Marta che, mentre abbraccia i volontari della Croce Rossa, regala un ultimo sorriso e un altro “batti cinque” agli amici del suo Marco. Perchè lei lo sa: lui avrebbe sicuramente voluto così.
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