In Nigeria i soldi dello sfruttamento Il pm chiede trent’anni di carcere

Banconote nascoste nelle suole delle scarpe e nella biancheria intima per superare i controlli In sette sono accusati di riciclaggio e di avere costretto giovani connazionali a prostituirsi
TERAMO. La cronaca si riavvolge sempre in un’aula di tribunale. È al termine di una lunga istruttoria dibattimentale con decine di testi ascoltati e un certosino lavoro tra intercettazioni e mappature Gps che la Pubblica accusa chiede trent’anni di carcere complessivi per i sette nigeriani imputati nel maxi processo in corso davanti alla Corte d’assise di Teramo (presieduta dal giudice Flavio Conciatori) la cui sentenza è prevista per oggi. I reati vanno dall'associazione per delinquere finalizzata alla commissione dell’illecita intermediazione finanziaria, all'autoriciclaggio e riciclaggio transnazionale e alla tratta di esseri umani, in particolare di giovani connazionali da sfruttare come prostitute in Italia. Con una certezza di fondo a fare da filo conduttore alla ricostruzione della pm Simonetta Ciccarelli della Procura distrettuale dell’Aquila (competente per i tipi di reato): i soldi dello sfruttamento della prostituzione venivano portati in Nigeria. Le richieste di condanna vanno dai nove anni ciascuno per i due presunti capi Bright Omosigho e Emmanuel Ojemudia (entrambi residenti a Martinsicuro) ai quattro e due per gli altri imputati.
Per la Procura una vera e propria organizzazione con un voluminoso giro d’affare: quello con cui i corrieri nigeriani portavano in patria i soldi provento di spaccio e sfruttamento della prostituzione: somme che andavano da 70mila a 10mila euro in contanti con le banconote nascoste nelle suole delle scarpe, nelle cinture, nella biancheria intima per superare i controlli negli aeroporti. La corposa indagine era nata da una precedente inchiesta scattata sempre nell’ambito di operazioni legate al reato di tratta. L’operazione “Pesha”, appunto dal nome dato alla cellula che da Martinsicuro era arrivata ad Ancona con, secondo l’accusa, un giro d’affari illeciti in diversi ambiti.
Secondo le indagini della squadra mobile teramana gli affiliati residenti a Martinsicuro, tre dei quali rivestivano ruoli di responsabilità in un comitato esecutivo della cellula, avevano interessi in particolari settori. Se lo spaccio di droga, più fiorente in altri territori, era un’attività residuale, i nigeriani che operavano nella parte nord della provincia gestivano un giro di prostituzione sulla Bonifica del Tronto.
Le indagini, iniziate nel luglio del 2018, avevano permesso di accertare, che tale cellula locale degli Eiye, con competenza geografica e territoriale dalla zona costiera della provincia di Teramo fino ad Ancona, si caratterizzava, come una sorta di associazione mafiosa per la presenza di un rito di affiliazione caratterizzato da specifici rituali e di una rigida gerarchia interna, per la segretezza del vincolo associativo, per l’adozione di linguaggio e simbologia rigorosi, per la violenza delle azioni.
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