In Nigeria rischiano la morte Protezione per quattro migranti

23 Aprile 2019

Il tribunale accoglie il ricorso presentato dai legali dopo il no allo status di rifugiati politici I giudici: «Non possono tornare in un Paese in cui attualmente non sono garantiti i diritti umani»

TERAMO. C’è chi è scappato per le minacce di morte dopo aver assistito all’omicidio di un politico, chi è fuggito bersagliato dai messaggi minatori arrivati da noti esponenti del gruppo di Boko Haram per una sua testimonianza, chi intimorito da un gruppo dedito ai riti voodoo e chi dalle minacce di morte dei familiari: frammenti di vita ad accompagnare le storie di nigeriani giunti nel Teramano che hanno ottenuto la protezione internazionale dopo aver chiesto invano lo status di rifugiato.
Nei giorni delle continue polemiche sul fronte migranti, il tribunale dell’Aquila, sede della competente commissione territoriale, ha accolto i ricorsi di quattro di loro (tutti assistiti dagli avvocati Annarita Di Lorenzo e Leonardo Viglione) facendo riferimento al decreto legislativo del 2007 invocato proprio dai legali. Questa norma che raccoglie le indicazioni comunitarie, ammette alla protezione internazionale lo straniero che non possiede i requisiti per essere riconosciuto rifugiato ma nei cui confronti sussistono fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel Paese di origine correrebbe il rischio di morte o di finire in un carcere in cui i diritti umani non sono rispettati. Una norma largamente invocata da chi è in fuga da Paesi dilaniati da guerre tra bande rivali del tutto incontrollate dalle autorità statali o da altre organizzazioni (Nigeria e Congo) o da guerre civili (attualissimo il caso della Siria) o caratterizzate dal dominio di organizzazioni terroristiche (Afghanistan e Pakistan).
In molti casi i richiedenti protezione internazionale lamentano il concreto pericolo di violenza derivante dalla condizione del Paese o della regione di provenienza, pur non potendo affermare di essere direttamente perseguitati o minacciati individualmente. «In casi del genere», hanno scritto i giudici nei provvedimenti (collegio presieduto da Ciro Riviezzo con Anna Maria Tracanna e Christian Corbi, «non opera il tradizionale principio dispositivo proprio del giudizio civile ordinario, ma il giudice ha il dovere di cooperare nell’accertamento dei fatti rilevanti compiendo un’attività istruttoria ufficiosa con cui occorre verificare l’indice di rischio in rapporto alla situazione del Paese. L’attuale situazione della Nigeria è la seguente: le operazioni di polizia hanno continuato ad essere caratterizzate da violazioni dei diritti umani. Centinaia di persone sono rimaste vittime di uccisioni illegali, spesso prima o durante arresti realizzati per strada; altre sono state torturate a morte in detenzione di polizia e molte di queste uccisioni illegali potrebbero essere equiparabili ad esecuzioni extragiudiziali». E con particolare riferimento all’Edo State, regione di provenienza dei migranti, scrivono: «È uno degli Stati più violenti del Delta del Niger».
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