In piazza l’11 novembre per un’acqua più sicura

15 Ottobre 2017

L’Osservatorio indipendente: «Cittadini e istituzioni devono chiedere che si fermi l’attività dei laboratori finché il sistema non sarà stato adeguato»

TERAMO. "Acqua trasparente". Quest'espressione dalla duplice valenza, perché richiama sia la qualità che la gestione delle risorse idriche, sarà il filo conduttore della mobilitazione di enti locali e cittadini che culminerà in una manifestazione a Teramo programmata per l'11 novembre. A lanciarla è l'Osservatorio indipendente sull'acqua del Gran Sasso, che è stato formato da 11 associazioni ambientaliste e d'impegno sociale dopo l'allarme dell'8 maggio scorso per la contaminazione da toluene della falda acquifera che alimenta la gran parte degli acquedotti abruzzesi.
«Da quel grave incidente che causò l'interruzione della distribuzione dell'acqua in metà della provincia di Teramo», esordisce Dante Caserta del Wwf, «la situazione è ancora la stessa». Anzi, le recenti indiscrezioni relative a un trasporto di materiale radioattivo verso i laboratori del Gran Sasso, sebbene in parte attutite dalle precisazioni degli scienziati dell'istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), dimostrano che nessun passo in avanti è stato fatto neppure sul fronte della comunicazione istituzionale. «E' assurdo che si venga a conoscenza di queste cose tramite testate giornalistiche e da telefonate fatte dalle associazioni», sottolinea Caserta che si richiama anche al ruolo della Regione che, dopo l'incidente dell'8 maggio, ha istituito il tavolo tecnico per la sicurezza dell'acquifero del Gran Sasso. «E' impensabile che l’ente regionale abbia saputo del trasporto radioattivo dai giornali», insiste il rappresentante del Wwf, «e se questo non fosse vero, sarebbe ancora più grave». L'Osservatorio ha salutato con favore la firma del protocollo per evitare che si ripeta il caos scatenato sei mesi fa dalla contaminazione dell'acqua potabile. «Alla prima prova dei fatti però», taglia corto Caserta, «si è rivelato inefficace».
Il concetto è rafforzato da Giuseppe Di Marco, presidente regionale di Legambiente. «Non c'è stato un salto di qualità neanche a livello di comunicazione», evidenzia, «alle parole si deve accompagnare un sistema gestionale diverso». Gli ultimi accadimenti, insomma, non lasciano affatto tranquille le associazioni che compongono l'osservatorio, a detta delle quali «la situazione è fuori controllo». L'unico dato certo, in quanto ammesso anche da Regione, Infn e Ruzzo, è che restano interferenze tra gallerie autostradali, laboratori e acquifero del Gran Sasso. Il sistema, dunque, risulta tutt'ora insicuro. Lo testimonia anche la relazione del commissario Angelo Balducci che, dopo l'incidente Borexino nel 2002 che comportò lo sversamento di trimetilbenzene, fu incaricato dal governo di avviare interventi di messa in sicurezza.
«I lavori costati 80 milioni», spiega Massimo Fraticelli di Mountain wilderness, «hanno riguardato solo una minima parte delle problematiche riscontrate». Non è il caso, insomma, di accentuare i rischi anche solo potenziali di ulteriori gravi contaminazioni come deriverebbe dall'uso di materiali radioattivi per gli esperimenti nei laboratori. «Non entriamo nel merito della loro valenza scientifica», tiene a precisare Fraticelli, «ci fermiamo prima, al fatto che mancano le condizioni di sicurezza».
Le attività di ricerca, dunque, secondo l'Osservatorio andrebbero interrotte con riduzione progressiva delle sostanze pericolose stoccate nelle viscere del Gran Sasso. Per questo le associazioni si rivolgono ai sindaci e alle amministrazioni locali, perché – come nella battaglia degli anni Novanta contro il terzo traforo – adottino provvedimenti in difesa dell'acquifero, e invitano i cittadini a scendere in piazza a Teramo l'11 novembre. «L'obiettivo è che la comunità si riappropri del territorio», conclude Fraticelli, «e del diritto di decidere».
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