In più di mille per l’ultimo saluto al giovane allenatore di basket

Chiesa affollata da amici, colleghi e ragazzi a cui Alessandro Evangelisti ha insegnato la pallacanestro Un suo allievo fa volare in cielo palloncini. Lettera della moglie: mi hai colpito perché cantavi sempre
ROSETO . Una folla di oltre mille persone ha riempito ieri pomeriggio la chiesa di Santa Teresa di Calcutta a Voltarrosto per l’ultimo saluto ad Antonio Evangelista, 35 anni, docente di educazione fisica e allenatore di basket, stroncato da una grave malattia nella notte tra lunedì e martedì all’ospedale di Atri. Alla moglie Francesca, insegnante di matematica, le due piccole figlie, Chiara e Claudia, i genitori e la sorella di Antonio si sono stretti nel dolore gli amici di una vita, i compagni di squadra, gli istruttori di basket e tanti bambini.
C’erano anche alcuni colleghi dell’istituto Moretti, dove il docente ha lasciato donando se stesso e insegnando i fondamentali della pallacanestro a ragazzi speciali, quelli della squadra “Special Olympics” di basket, come ha ricordato Licia Carminucci. «Abbiamo avuto l’onore di conoscerti e della tua presenza in mezzo a noi», ha detto l’insegnante, «con un sorriso sempre accogliente ti sei dedicato a noi e ai nostri studenti, soprattutto a quei ragazzi speciali che ti ricorderanno per sempre». All’uscita del feretro dalla chiesa uno dei ragazzi, al quale Antonio ha insegnato la pallacanestro, ha lanciato nel cielo due palloncini, uno bianco e uno blu, i colori del Roseto Basket, mentre partivano le note della la canzone “A muso duro” di Pierangelo Bertoli, la preferita di Antonio.
I familiari e la moglie hanno deciso di devolvere tutte le offerte al centro nazionale tumori di Milano. «Antonio oggi ci insegna una cosa», ha detto Don Pietro nell’omelia, «che bisogna vivere la vita fino in fondo». Toccante la lettera della moglie Francesca, letta da una sua amica, nella quale c’è tutta l’anima di Antonio. «Le persone che oggi vengono a salutarti conoscono solo una parte di te», ha scritto Francesca, «ma questa parte, seppure piccola, è bastata per farti volere un gran bene e io che ho avuto il privilegio di condividere ogni cosa con te ho il dovere di regalare a tutti un briciolo delle infinite sfumature che ti caratterizzano. Non mi sono innamorata di te perché eri bello, alto, forte e con dei lunghi capelli ricci. Mi hai colpito perché, dopo tante ore di lavoro, continuavi a cantare. Sei sempre stata una persona positiva, ottimista, generosa, onesta e grata alla vita. Dicevi anche che “questa malattia è un dono perché mi ha permesso di prendermi del tempo per vivere le mie figlie e giocare con loro”. Ti voglio tanto, ma tanto bene».
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