Incendia il portone del suo avvocato

Poche ore prima di appiccare le fiamme il 50enne si era denudato in questura e aveva strappato una bandiera in tribunale
TERAMO. Il tribunale, lo studio del suo avvocato, la questura: tutti obiettivi da colpire in un piano, forse di vendetta, di cui l’unica vittima resta solo lui. A M.I., 50 anni di cui gran parte trascorsi tra carceri per reati di vario genere molti dei quali collegati allo spaccio, sono bastate meno di 24 ore per strappare la bandiera issata davanti al palazzo di giustizia, denudarsi davanti agli uffici della polizia e, infine, incendiare lo zerbino dello studio legale per poi chiamare i vigili del fuoco e denunciarsi in questura. Fino a finire per ben tre volte in ospedale dove i medici non hanno ritenuto esserci le condizioni per un ricovero con un trattamento sanitario obbligatorio.
Le 24 ore di “azione” per l’uomo si sono concluse con una denuncia per vilipendio alla bandiera e una per danneggiamento in conseguenza di incendio doloso. Il 50enne, proveniente dalla Puglia ma da tempo residente a Teramo, qualche anno fa ha finito di scontare una delle ultime condanne per cumulo di pena ed è tornato in libertà. Non ha dimora, non ha familiari. Nel suo passato una permanenza all’ospedale psichiatrico di Secondigliano (oggi chiuso come tutti gli altri Opg) dopo una valutazione di persona socialmente pericolosa.
Tutto inizia venerdì mattina quando il 50enne si presenta all’ingresso del tribunale, molto probabilmente con l’intento di avvicinare quel giudice che nel 2013 lo ha condannato per rapina. Il servizio di vigilanza all’ingresso di palazzo di giustizia intuisce subito e non gli permette neanche di entrare. Lui, per vendicarsi, strappa un pezzo del tricolore issato all'esterno del tribunale. E’ solo l’inizio. Nel pomeriggio si presenta in questura e si denuda all’esterno degli uffici. Viene portato dalla polizia in ospedale e dimesso dopo un controllo in psichiatria. L’uomo esce e questa volta colpisce lo studio del suo legale Luigi Ranalli, che lui stesso in alcune delle tante lettere che gli ha scritto definisce «la sua famiglia».
L’avvocato, in questi anni, si è occupato della sua difesa in svariati procedimenti in corso in diversi tribunali italiani (l’ultima udienza a metà marzo a Napoli). Ma evidentemente basta il rifiuto di un appuntamento per impegni di lavoro del professionista a scatenare la sua violenta reazione a conferma di una grave problematicità. Così all’alba di ieri riesce ad entrare nell’androne del palazzo in cui si trova lo studio, in viale Mazzini, e a dare fuoco allo zerbino con le fiamme che danneggiano il portone e allarmano tutti gli inquilini dell’edificio. Il principio di incendio, infatti, provoca un denso fumo nel palazzo, tanto che gli agenti della volante e i vigili del fuoco per sicurezza fanno uscire le sei famiglie residenti. Con i poliziotti che aiutano ad uscire una coppia di anziani inquilini.Dopo l’incendio il 50enne chiama i vigili del fuoco e poi si presenta in questura per autodenunciarsi. Per la seconda volta in poco tempo viene riportato in ospedale per l’ennesimo controllo, ma dopo qualche ora è di nuovo fuori. Gli bastano pochi attimi per tornare nuovamente all’ingresso del tribunale dove viene fermato da una pattuglia della volante che lo aveva seguito dall’uscita dell’ospedale. Il resto è cronaca ancora da scrivere.(d.p.)
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