«Io, infermiera a Oxford Mai vista tanta morte ma imparo la solidarietà»

Annalisa Scisciani, 28enne teramana, lavora in una terapia intensiva inglese «Esperienza devastante sul piano umano, però sono fiera di come l’affrontiamo»
TERAMO. «Ho lasciato l'Italia il 1° luglio 2015 dicendo a me stessa che sarei tornata dopo un anno; sono nel Regno Unito da cinque anni ormai». Annalisa Scisciani ha 28 anni, è di Teramo ed è un’infermiera professionale. Lavora al John Radcliffe Hospital di Oxford, nel reparto di terapia intensiva: la prima linea contro la micidiale offensiva del Covid-19, che nel Regno Unito ha mietuto fino a ieri circa 33mila vittime.
Annalisa è tra i tanti giovani di talento che hanno dovuto lasciare l’Italia con una laurea in mano perché qui non trovavano lavoro. È bastato un colloquio (in inglese) con un’agenzia che recluta infermieri in Europa per trovare un contratto a tempo indeterminato in un ospedale britannico. «Si poteva rifiutare un'offerta del genere dopo tante porte in faccia?», si chiede Annalisa. No, non si poteva. Anche perché, aggiunge, «le condizioni di lavoro sono migliori di quelle italiane: ferie ben distribuite e accordate con i manager, stipendio buono anche se era migliore anni fa, gli straordinari pagati come anche le indennità».
Da più di un anno Annalisa è a Oxford, dove sta seguendo un corso all'università per infermieri di terapia intensiva, interamente pagato dall'ospedale. Dall’inizio di marzo lavora nella Covid area e racconta così come è stata vissuta nel Regno Unito la comparsa della pandemia: «Inutile dire che il sistema sanitario non era pronto, nonostante tutti fossero al corrente della situazione italiana e cinese. Molti ospedali non avevano sufficienti dispositivi di sicurezza e/o personale. Molti infermieri e medici sono stati reimpiegati in altri reparti, a volte senza nemmeno averlo richiesto. Nella mia unità abbiamo più di 50 infermieri e medici che hanno accettato o chiesto di lavorare in terapia intensiva (alcuni dopo 10-15 anni) e darci una mano durante l'emergenza. Senza di loro saremmo sempre a corto».
E la gente comune? «Inizialmente in molti hanno minimizzato la questione, primo su tutti il primo ministro Johnson quando parlò di immunità di gregge, e ha continuato a minimizzare imponendo un lockdown ben diverso da quello italiano: un’ora al giorno di esercizio fisico all'aperto, mezzi pubblici disponibili, molti locali aperti per asporto di cibo, mascherine non obbligatorie, polizia che incita la comunità a stare a casa senza multe o autorizzazioni varie. Il 10 maggio Johnson ha autorizzato molti a tornare al lavoro usando anche mezzi pubblici. Ora si può fare illimitato esercizio fisico fuori e le scuole (da 0 a 11 anni) riapriranno a giugno. In molti si aspettano un altro picco nelle prossime tre settimane. E noi social workers (infermieri, medici, poliziotti, vigili del fuoco) siamo molto preoccupati e amareggiati perché sembra che la gente non capisca la gravità e complessità della situazione, ma continua ad uscire: oggi la London Tube era piena di gente e ad Oxford non si riusciva a camminare sui marciapiedi».
Quanto alle condizioni di lavoro, Annalisa si dice «fortunata di lavorare in questa unità, che si è riconvertita già dai primi di marzo e ha comprato i Dpi per tutti. Inoltre avendo più personale possiamo permetterci il lusso di stare solo poche ore a contatto con i pazienti Covid e così darci il cambio. Altrove non va così bene. Il sistema sanitario inglese è pubblico e ha subìto pesanti razzìe negli ultimi anni diventando molto vulnerabile e debole. Ho colleghi a Londra e mi hanno detto di non avere camici sufficienti (i medici sono costretti a indossare buste) o personale sufficiente per poter turnare, costretti a lavorare senza poter bere o fare pipì. Se non erro sono 85 social workers (tra medici e infermieri) morti perchè hanno contratto il virus probabilmente al lavoro. A Oxford sono morti tre colleghi».
Se le chiedi cosa le sta dando questa esperienza dal punto di vista umano e professionale, Annalisa risponde: «È un'esperienza tragica dal punto di vista umano. Non ho mai visto tanta morte prima d'ora. In più nostri pazienti sono soli (le famiglie non possono venire a trovarli) e affrontano soli il viaggio più duro e complesso della loro vita. E poi c’è il senso di impotenza perché è difficile comunicare con i pazienti e colleghi quando si è tutti bardati nella Covid area. Non si vedono sorrisi qui. Non esiste un training per tutto questo, forse nemmeno l'esperienza aiuta, forse solo l'empatia e l'amore smisurato che mettiamo nel lavoro che svolgiamo giornalmente. Infine il senso di colpa... quello è sempre dietro l'angolo, perché vorremmo fare sempre di più di quanto possiamo».
Ma in questa prima linea non è tutto nero. Annalisa continua: «Nonostante la morte, lo stress, la stanchezza, la frustrazione, ho scoperto di essere una grande fan del genere umano... di quelle persone buone e giuste, che seguono le regole, che con umiltà si affidano a chi è più competente di loro, che aiutano i deboli senza nulla in cambio. Sono scioccata dalla grande umanità e solidarietà degli ultimi tempi, non solo della comunità ma soprattutto dei miei colleghi. Sono fiera delle persone con cui lavoro; abbiamo tutti messo da parte discussioni, rancori, antipatie... c’è solo spazio per parole di incoraggiamento e di supporto».
Annalisa Scisciani conclude: «Spero che in futuro, soprattutto in Italia, la nostra professione venga valorizzata e non più violata come negli ultimi anni. Non credo di identificarmi con la definizione di infermiere eroe... piuttosto vorrei che tutti noi fossimo riconosciuti come dei professionisti competenti, con un grande bagaglio culturale, dediti alla più bella delle arti, la cura e il benessere dei altri».
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