«L’acqua si può bere ma servono opere»

10 Ottobre 2018

Guerriero: i lavori finanziati anni fa con 80 milioni non sono stati efficaci, la messa in sicurezza non è più rinviabile

TERAMO. L'acqua del Gran Sasso non è inquinata, ma esistono delle criticità strutturali legate ai laboratori e alle gallerie autostradali che vanno risolte con un intervento organico volto a consentire la convivenza tra le due strutture e la risorsa idrica. Perché l'azione penale non potrà certamente incidere sulla risoluzione di quelle stesse criticità. A distanza di una settimana dagli avvisi di garanzia e dal sequestro delle opere di captazione situate all'interno dei laboratori il procuratore Antonio Guerriero interviene sulla vicenda per chiarire il senso della lettera inviata alle autorità nazionali, regionali, provinciali e comunali competenti, e lo fa sgombrando il campo da possibili allarmismi.
«La popolazione deve stare tranquilla, l'acqua non è inquinata e la può bere», ha assicurato Guerriero, «la nostra iniziativa parte proprio dalla consapevolezza dei limiti dell'azione penale. La sussistenza o meno di ipotesi di reato non eliminerà le criticità rilevate e chi è preposto dovrà fare lavori corposi per risolvere il problema. Serviranno finanziamenti importanti e ci vorranno anni». Nel suo intervento il procuratore ha ricordato come già quasi vent'anni fa la Procura di Teramo avviò un'indagine che portò al sequestro dei laboratori: «All'epoca fu assicurato che sarebbero stati fatti lavori di adeguamento. La nostra perizia ha accertato che tutti questi lavori non sono stati realmente espletati e quello che vogliamo evitare è che dopo l'inchiesta penale le criticità restino quelle di sempre».
Nonostante gli 80 milioni di euro stanziati a suo tempo, infatti, secondo la Procura, i laboratori non sarebbero mai stati completamente impermeabilizzati. E su 12 chilometri di galleria ne sarebbe stato impermeabilizzato solo uno. Con il rischio che in caso di incidente, sia dentro i laboratori che dentro le gallerie, sostanze pericolose possano inquinare la falda finendo in rete. «Mentre facevamo le indagini volevano portare sotto ai laboratori un esperimento con sostanze radioattive (l'esperimento Sox, ndr)», ha continuato Guerriero, «dicevano che era sicuro perché quelle sostanze erano chiuse in una cassa, ma dimenticavano che c'è una faglia sismicamente attiva. Cassa o non cassa, in caso di un terremoto distruttivo ci saremmo trovati con un pericolo per l'intera collettività». Per Guerriero, che ha sottolineato come la Procura sia consapevole dell'importanza, per l'economia abruzzese, di laboratori e gallerie, tanto da non aver inciso sulla loro attività con il provvedimento di sequestro, il rischio maggiore sarebbe stato eliminato proprio mettendo i sigilli alle opere di captazione (le cui acque, in realtà, venivano messe a scarico dal 2017), ma le opere di messa in sicurezza non sarebbero più rinviabili.
«La Regione, poi», ha concluso Guerriero, «dovrà emettere un apposito regolamento che disciplini la situazione perché per come è adesso la legge, a fronte delle distanze che dovrebbero essere rispettate tra le sostanze pericolose e la "spugna", qual è il Gran Sasso, sia il laboratorio che le gallerie non potrebbero starci».
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