L’alchimia del Diavolo: un equilibrio perfetto

4 Maggio 2015

Due punte super da sole non bastavano: passando al 5-3-2 la fase difensiva (carente all’inizio) è stata sistemata e con il tempo la manovra è decollata

TERAMO. Sul perché il Teramo abbia vinto un campionato che nei pronostici non doveva vincere si potrebbe discutere per giorni e ognuno, a ragione, potrebbe individuare un perché che ritiene determinante. Di perché, in realtà, ce ne sono diversi e non tutti risiedono a Teramo. Il primo, almeno in ordine di tempo, è la composizione dei gironi di Lega Pro avvenuta l’estate scorsa. Teramo e L’Aquila rischiavano seriamente di finire al Sud e, se così fosse stato, le probabilità dei biancorossi di primeggiare si sarebbero drasticamente ridotte. Basti pensare solo alla forza economica, tecnica e anche “politica” della Salernitana. Ma, in generale, basta confrontare la dimensione media delle piazze del Sud con quelle del girone centrale per capire.

Certo, anche nel girone B sulla carta il Teramo non aveva una squadra più forte di tante altre che poi sono finite lontane anni luce dai biancorossi. Gli unici nomi con un certo passato nella rosa di Vivarini erano quelli di Lapadula, Donnarumma e Buonaiuto. Il terzo ha fallito e a gennaio è andato a cercar fortuna altrove; i primi due invece si sono rivelati subito una coppia di attaccanti eccellente per la categoria. Il punto è che nel calcio non puoi solo avere due che la buttano dentro e arrangiare il resto: non basta. Infatti al Teramo del primo scorcio di campionato i gemelli del gol non bastavano, perché la squadra schierata con il 4-4-2 aveva poco equilibrio e questo si rifletteva non solo sulla gestione del pallone (troppo poco lucida) ma anche e soprattutto sulla fase difensiva (poco efficace). Dei 30 gol che ha subito finora, il Teramo ne ha presi 16 nelle prime 11 giornate. Da quando è passato al 5-3-2, ne ha presi 14 in 26 partite. In queste 26 partite, la porta di Tonti è rimasta inviolata 16 volte. Il cambio di sistema di gioco, in sostanza, ha per prima cosa sistemato alla grande la fase difensiva. Se non prendi gol, e davanti hai delle punte che prima o poi sfondano, sei già a buon punto. Ma perché Vivarini, che finora in carriera aveva insegnato solo il 4-4-2 (o la variante del 4-2-3-1), nei primi giorni di novembre ha deciso di cambiare? Qualcuno dice: beh, con gli infortuni di Fiore e Petrella non aveva più esterni alti. Mah. Forse è più vero che il 3 novembre, dopo la partita con la Pro Piacenza finita con un deludente 1-1, il presidente Campitelli esternò pubblicamente e disse in sostanza: «Le cose così non vanno, se fossi in Vivarini cambierei modo di giocare». Detto, fatto. Vivarini ha intelligentemente capito di non poter insistere con il 4-4-2 anche (e soprattutto) perché avrebbe fatto arrabbiare un presidente che nelle questioni tecniche interviene, e che in passato ha esonerato allenatori per molto meno.

Il 5-3-2 del Teramo, inizialmente, è stato ultradifensivo: la squadra rischiava pochissimo, ma aveva difficoltà a costruire gioco e a far arrivare gli esterni sul fondo. Eppure, i risultati sono cominciati ad arrivare. E con essi la fiducia. La classifica, peraltro, che all’11ª era preoccupante (nono posto a +3 sulla zona play out), nel giro di appena sei giornate si è del tutto trasformata, complice l’andamento lento di chi era davanti. Dopo Pontedera-Teramo del 14 dicembre il Teramo era già secondo a -5 dall’Ascoli, la domenica successiva ha accorciato a -2. A quel punto, dopo Natale, sono arrivati gli scontri diretti con le big. Lo 0-0 di Ascoli, sofferto ma solo a sprazzi, e l’1-1 interno con il Pisa, ancor più sofferto sul piano del gioco ma conquistato in rimonta con una grande reazione, hanno messo nella testa del gruppo un pensiero stupendo. Senza pressioni, sfidando serenamente i propri limiti, lavorando sodo ogni giorno (a partire dal tecnico) per limare e migliorare, gli Inguardabili di certe partite d’inizio stagione sono diventati gli Invincibili dei 24 risultati utili consecutivi. E, alla fine, gli Incredibili della B.

Anche demeriti altrui, certo. Mentre il Teramo cresceva, migliorando enormemente la manovra, gli altri – a dispetto dei colpi di gennaio, o forse proprio a causa di essi – si sfaldavano. Il Pisa del nervosissimo Braglia implodeva, l’Ascoli dello sciagurato Petrone scoppiava perché incapace di gestione della palla, la Reggiana non faceva mai il salto di qualità, L’Aquila restava vittima delle sue stesse ambizioni. Il Teramo, utilizzando per mesi solo dodici giocatori (l’unico ballottaggio vero era Masullo-Di Matteo, agli altri panchinari toccavano le briciole) e segnando sempre con gli stessi due, ha demolito vecchi luoghi comuni del calcio – serve avere una rosa ampia, serve varietà di soluzioni offensive – ed ha spazzato via tutti. C’è da chiedersi dove sarebbe arrivato il Teramo se un Lapadula, un Donnarumma, un Amadio o uno Speranza si fossero fatti male. Ma quando vinci un campionato devi avere anche certe fortune. O no?

Più che la fortuna, bisogna evidenziare quello che il Teramo ha saputo fare in campo. Venendo sempre fuori con calma glaciale dai momenti difficili delle partite, sapendo gestire la crescente pressione della classifica e dell’ambiente. Merito delle qualità morali del gruppo, certo. Ma soprattutto del fatto che in campo le cose funzionavano e tutti erano al posto giusto. È facile mettere sul piatto i nomi, è difficile essere squadra. Quando sei squadra, vai lontano.©RIPRODUZIONE RISERVATA