L'ex calciatore e frate che ora aiuta l’Africa

4 Aprile 2016

Pavone è a Pineto per una colletta: allena i ragazzi, serve una barca per raggiungere le decine di isole di cui è composta la Guinea Bissau

PINETO. Da una parte la tragedia, apparentemente inarrestabile, dei viaggi della speranza a bordo delle carrette del mare che continuano a seminare morti davanti le nostre coste. Dall’altra chi invece nell’Africa nera cerca di creare le condizioni affinché i giovani del posto non si trasformino in migranti né in profughi da assistere. O in cadaveri a cui dare una sepoltura. Con questo spirito nasce il progetto ‘Una barca per la vita’, attraverso cui il pinetese Tino Pavone, ex golden boy del calcio italiano, vuole dare un’occasione ai giovani della Guinea Bissau, dove vive ormai da circa vent’anni durante i quali si è anche formato una famiglia.

L’obiettivo è di offrire un’opportunità ai ragazzi del posto proprio attraverso il gioco del pallone, in cui Tino Pavone è maestro tanto da aver dato vita a una scuola calcio che conta già un centinaio di iscritti. «Ma si può fare molto di più» dice Pavone, in questi giorni a Pineto per dare corpo al suo progetto «solo che avrei bisogno di una barca per raggiungere i villaggi che si trovano sulle decine di isole di cui è composta la Guinea Bissau e trasportare nell’impianto che gestisco i giovani da allenare». Un progetto che Pavone porta avanti con la fondazione “Studi celestiniani per la pace” onlus, anch’essa impegnata per sviluppare tutte quelle attività che servono a migliorare le condizioni di vita dei popoli africani.

«Non è un sogno irrealizzabile», dice ancora Pavone «ma un obiettivo importante e concreto che attraverso il calcio vuole insegnare a quei ragazzi ad avere fiducia nelle proprie capacità e nella propria terra madre per essere uniti verso un comune obiettivo che li porti non più a sognare di approdare verso terre straniere e lontane, bensì coltivare la propria identità ed essere protagonisti di quel cambiamento che vorrebbero nel proprio Paese». Un sogno? Forse, ma Tino Pavone è un uomo abituato a inseguire i propri sogni fino a raggiungerli vivendoli fino in fondo.

E la sua storia ne è stata un esempio concreto. Alla fine degli anni ’70 l’allora allenatore della Roma Nils Liedholm voleva nella sua squadra due giovani promesse del calcio italiano: Carlo Ancellotti e Tino Pavone. Della carriera del primo sappiamo tutto, mentre il nostro campione scelse un’altra strada nonostante i 400 milioni di vecchie lire che il club giallorosso offriva all’Avezzano, squadra di serie C dove allora giocava il giovane Pavone, all’epoca non ancora ventenne. Dopo alcuni mesi Pavone, zaino in spalla e qualche soldo, iniziò il suo viaggio verso l’India. Un anno e mezzo alla ricerca di se stesso per poi rientrare in Italia dove torna a indossare le scarpette bullonate, ma per ancora per poco. Infatti riprende la ricerca di se stesso questa volta dopo essere ordinato frate francescano.

Svestito il saio, nel 1995 raggiunge il Senegal, quindi l’arrivo nella Guinea Bissau, dove vive ancora oggi sull’isola di Bolama in cui ha creato due centri sportivi. «Sono convinto che il calcio sia più di un pallone e una maglietta» conclude, «ma un modo per conoscere l’Africa dal di dentro e insegnare attraverso il calcio valori come altruismo, tolleranza e spirito di squadra».

Federico Centola

©RIPRODUZIONE RISERVATA