L’ex caporal maggiore Parolisi dall’ergastolo del primo grado ai vent’anni definitivi

Tre gradi di giudizio in cinque anni hanno stabilito che Melania Rea è stata uccisa dal marito, l’ex caporal maggiore dell’esercito Salvatore Parolisi. Colpita con 35 coltellate nel bosco di Ripe e...
Tre gradi di giudizio in cinque anni hanno stabilito che
Melania Rea è stata uccisa dal marito, l’ex caporal maggiore dell’esercito Salvatore Parolisi. Colpita con 35 coltellate nel bosco di Ripe e lasciata agonizzante con l’uomo che, secondo i giudici, sarebbe poi tornato sul posto per lasciare dei segni sul corpo della donna nel tentativo di depistare le indagini. La cronaca di quei giorni convulsi di aprile del 2011 era iniziata con la denuncia fatta dall’allora militare della caserma Clementi di Ascoli: «Aiuto, mia moglie è scomparsa».
Dall’ergastolo del primo grado con il rito abbreviato Parolisi è passato ai trent’anni in appello e, successivamente al ricorso in Cassazione che ha eliminato l’aggravante della crudeltà, agli attuali vent’anni che oggi l’uomo (dopo essere stato prima nel carcere di Teramo e po in quello di Pavia) sta scontando nel carcere milanese di Bollate. L’ex militare destinatario di decine di lettere di fan (come la cronaca racconta dai tempi di Pietro Maso in poi) e fino a qualche anno fa protagonista di una pagina Facebook con duemila iscritti convinti della sua innocenza, ha sempre ripetuto che non ha ammazzato sua moglie, che l’ha tradita ma non uccisa nel bosco di Ripe di Civitella. Che quel 18 aprile di dieci anni fa è rimasto a far dondolare la figlia sull’altalena del pianoro di Colle San Marco, mentre Melania è sparita alla ricerca di un bagno. Fino ad oggi nessun giudice gli ha creduto.
Melania Rea è stata uccisa dal marito, l’ex caporal maggiore dell’esercito Salvatore Parolisi. Colpita con 35 coltellate nel bosco di Ripe e lasciata agonizzante con l’uomo che, secondo i giudici, sarebbe poi tornato sul posto per lasciare dei segni sul corpo della donna nel tentativo di depistare le indagini. La cronaca di quei giorni convulsi di aprile del 2011 era iniziata con la denuncia fatta dall’allora militare della caserma Clementi di Ascoli: «Aiuto, mia moglie è scomparsa».
Dall’ergastolo del primo grado con il rito abbreviato Parolisi è passato ai trent’anni in appello e, successivamente al ricorso in Cassazione che ha eliminato l’aggravante della crudeltà, agli attuali vent’anni che oggi l’uomo (dopo essere stato prima nel carcere di Teramo e po in quello di Pavia) sta scontando nel carcere milanese di Bollate. L’ex militare destinatario di decine di lettere di fan (come la cronaca racconta dai tempi di Pietro Maso in poi) e fino a qualche anno fa protagonista di una pagina Facebook con duemila iscritti convinti della sua innocenza, ha sempre ripetuto che non ha ammazzato sua moglie, che l’ha tradita ma non uccisa nel bosco di Ripe di Civitella. Che quel 18 aprile di dieci anni fa è rimasto a far dondolare la figlia sull’altalena del pianoro di Colle San Marco, mentre Melania è sparita alla ricerca di un bagno. Fino ad oggi nessun giudice gli ha creduto.

