L’imprenditore: «Il migrante era nella roulotte per la sua privacy»

Mamma e figlio accusati di sfruttamento del lavoro respingono le accuse del marocchino e si difendono «In casa c’era un alloggio già pronto, ma lui voleva stare da solo. Faceva pranzo e cena con noi»
TERAMO. L’immagine di quella vecchia roulotte vicino a un canneto, evidentemente rovente d’estate e gelida d’inverno, racconterà per sempre questa storia. «Ma in quella roulotte lui ci voleva stare per la sua privacy, voleva stare da solo. Altrimenti avevamo pronto un alloggio per lui»: parte da questa dichiarazione la difesa dell’imprenditore agricolo accusato di caporalato insieme alla mamma.
I due respingono le accuse nel corso dell’interrogatorio di garanzia davanti al giudice Roberto Veneziano con gli avvocati che, per ora, non chiedono nessuna attenuazione delle misure cautelari: divieto di dimora per la donna, arresti domiciliari per l’uomo. Lei Nicoletta Di Fabio, 50 anni, titolare dell’azienda agricola di Sant’Atto ma solo sulla carta perché con un altro lavoro, lui Marco Di Francesco, 25 anni, amministratore di fatto. Entrambi sono accusati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro con violazione dei contratti nazionali e delle norme sulla sicurezza del lavoro dopo la denuncia di un migrante marocchino che ha raccontato di aver lavorato per quindici ore al giorno per circa un anno occupandosi di un allevamento di vitelli e alloggiando in una roulotte senza corrente elettrica e servizi igienici. «Io non ho obbligato nessuno a stare in quella roulotte», ha detto l’imprenditore rispondendo alle domande del giudice, «avevo preparato un alloggio per il lavoratore. Io non ho sfruttato nessuno. Mangiava con noi , mia madre preparava i pasti per noi della famiglia e per lui. Poteva lavarsi nel bagno di casa quando voleva. Si occupava solo della gestione dei vitelli e non dei maiali perché di religione musulmana». La donna al giudice ha detto di non occuparsi dell’azienda agricola ma di avere un altro lavoro.
I due sono assistiti dagli avvocati Lidia Serroni e Franco Patella che hanno preannunciato la presentazione di istanze: la prima per consentire al suo assistito di occuparsi degli animali della stalla e il secondo per chiedere dei permessi per permettere alla donna di recarsi al lavoro.
Intanto continuano le indagini dei carabinieri: secondo i militari del Nil, il nucleo di tutela lavoro, non è escluso che già in passato altri migranti siano stati sfruttati così come il marocchino che ha denunciato e l’uomo chiamato a sostituirlo scappato durante i controlli dei carabinieri. A questo proposito è chiaro quello che il gip scrive a carico dei due indagati nell’ordinanza con cui ha disposto gli arresti domiciliari per lui e il divieto di dimora per lei: «In nessun modo può essere validamente sostenuta la occasionalità nel delitto da parte degli arroganti indagati che, come è possibile dedurre ex actis, hanno realizzato nel corso del tempo, un sistema di stabile sfruttamento di lavoratori stranieri, cui togliere ogni residuo di speranza, inculcando in loro l’idea che non basta essere uomini per meritare rispetto e comprensione, ma occorrono documenti e conoscenza della lingua per poter essere individuati come essere umani, altrimenti è inutile accampare pretese e vantare diritti dopo aver lavorato senza sosta per oltre 15 ore al giorno per interi mesi». Ai carabinieri il migrante ha raccontato di aver risposto a un annuncio su Facebook in cui l’azienda agricola teramana offriva salario, vitto e alloggio per occuparsi della gestione degli animali di una stalla di giorno e per fare da guardiano alla stalla di notte. Nel giugno dell’anno scorso è arrivato a Teramo e da allora, da clandestino, ha vissuto nella roulotte vicino alla stalla.
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