L’Izs deve pagare 600mila euro al cda

Il tribunale dà ragione al consiglio da poco decaduto, che si era attribuito compensi più alti rispetto agli altri istituti
TERAMO. Le indennità sono troppo alte ma l'istituito zooprofilattico "Caporale" deve pagarle lo stesso. E' l'effetto prodotto dalla sentenza del tribunale di Teramo che condanna l'Izs a versare circa 600mila euro ai cinque componenti dell'ex consiglio di amministrazione. La somma è dovuta, secondo il giudice, per il triennio in cui l'organismo è rimasto in carica prima che entrasse definitivamente in vigore la legge regionale di riordino dell'istituto. Il compenso, corrispondente a circa 40mila euro annui per ciascun consigliere, era stato indicato nello statuto adottato dallo stesso cda, in applicazione della normativa nazionale di riorganizzazione degli Izs, subito dopo il suo insediamento nel 2012, ed era commisurato al 30% dello stipendio del direttore generale.
Una scelta avallata dall’allora governatore Gianni Chiodi, che in qualità di commissario ad acta per la sanità aveva validato l'atto, ma contestata dal ministero della Salute. Quest'ultimo, deputato al controllo sulla gestione commissariale, con un parere emesso a marzo del 2014 ha mosso una serie di rilievi sullo statuto e in particolare sulla determinazione delle indennità di carica per i membri del consiglio di amministrazione. Il ministero, infatti, nel documento fa notare che l'organismo di vertice del "Caporale" «avrebbe potuto opportunamente operare ricorrendo ai parametri previsti negli altri Izs, che riconoscono al presidente e ai componenti del cda un'indennità lorda annua rispettivamente pari al 20% e al 10% degli emolumenti del direttore generale». Nonostante il parere negativo, però, il decreto firmato da Chiodi ha dato efficacia allo statuto, compreso il calcolo dei compensi.
A certificarlo è la sentenza del tribunale emessa l'8 gennaio che accoglie l'istanza presentata da quattro dei cinque componenti dell'ex cda, tra cui il rappresentante del ministero della Salute, contro il mancato versamento delle indennità. L'istituto, rappresentato in giudizio dall'allora direttore generale Fernando Arnolfo, si era opposto al pagamento invocando proprio il parere del ministero e l'inefficacia dello statuto in quanto scavalcato dalla legge regionale di riordino varata nel 2014 che ha ridotto a un terzo il compenso spettante a ciascun consigliere. Secondo il giudice, però, la validazione ministeriale non ha forza «condizionante l'atto regionale, dovendo alla stessa piuttosto riconoscersi la natura di generico controllo collaborativo circa l'osservanza da parte della Regione dei vincoli imposti dal piano di rientro della spesa sanitaria». Questo principio, sempre stando alla sentenza, vale a maggior ragione nel caso, come quello preso in esame, di un atto adottato «in sostituzione del competente organo regionale dal commissario ad acta di nomina governativa, operando questi già come longa manus dello Stato».
Pur ritenendo esistente il «contrasto rilevato dal ministero» il giudice considera comunque efficace la disposizione relativa alle indennità di carica in mancanza di un ulteriore nuovo statuto che renda esecutive le disposizioni contenute nella legge del 2014, in base alla quale tra l'altro i componenti del cda sono stati passati da cinque a tre. Nel giro di un anno, insomma, il quadro normativo regionale è cambiato dando attuazione alla riforma dettata dal governo, ma lo statuto adottato nel 2013 dall'ex cda e avallato dal decreto di Chiodi resta valido e costerà all'istituto circa 600mila euro per le indennità.
Gennaro Della Monica
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