La Asl in Appello per riavere 20 milioni

È parte civile nel processo al gruppo farmaceutico Menarini accusato di avere danneggiato il sistema sanitario nazionale
TERAMO. La Asl teramana è parte civile nel maxi processo d’Appello che si apre mercoledì a Firenze per i vertici del colosso farmaceutico Menarini. Con un obiettivo ben concreto: riavere venti milioni. A tanto, infatti, ammonta il danno che tra il 2000 e il 2010 l’azienda sanitaria avrebbe subito nell’ambito di una presunta maxi frode al sistema sanitario nazionale che, secondo l’accusa della Procura toscana, sarebbe stata messa in piedi dagli allora vertici del gruppo farmaceutico Menarini.
Al termine del processo di primo grado, concluso a Firenze nel 2016, l’accusa di truffa è caduta ma sono rimaste in piedi quella di riciclaggio da frode fiscale e corruzione. Il tribunale ha inflitto 10 anni e sei mesi a Lucia Aleotti, presidente della società, e 7 anni e sei mesi al fratello Alberto Giovanni, vicepresidente, a conclusione del dibattimento che li vedeva a giudizio per accuse, oltre che di truffa, anche di evasione fiscale, riciclaggio e corruzione. Lucia e Alberto Giovanni sono i figli di Alberto Aleotti, patron della azienda farmaceutica Menarini, morto nel 2014.
Ed è una storia, quella che con i tempi lunghi della giustizia è ancora in un’aula di tribunale, che nasce dai pouf di lady Poggiolini, trasformati in casseforti di scandali e soldi. Era il 1994 quando l’allora amministratore unico del colosso farmaceutico Menarini Alberto Aleotti venne arrestato con l’accusa di aver versato al direttore generale del servizio farmaceutico nazionale Duilio Poggiolini 800 milioni di lire per favorire le pratiche di commercializzazione dell’azienda. Nel 2010 Aleotti finisce al centro di un’altra maxi inchiesta aperta dalla Procura di Firenze. Quella che, come parti lese, tocca anche svariate Asl italiane tra cui anche quella teramana. La Menarini di Firenze, all’epoca viene accusata di essere diventata tale perpetrando per quasi trent'anni, dal 1984 al 2010, una colossale frode ai danni del sistema sanitario nazionale. Usando società estere fittizie per l'acquisto dei principi attivi dei farmaci, ne avrebbe aumentato il prezzo finale grazie a una serie di false fatturazioni. Lo Stato, rimborsando medicinali con prezzi gonfiati, ci avrebbe rimesso 860 milioni di euro.
Secondo l’accusa della Procura l’azienda farmaceutica avrebbe tratto, proprio attraverso la rete di triangolazioni commerciali, un “ingiusto profitto” di ben 575 milioni di euro da sette principi attivi. Il danno per il servizio sanitario nazionale sarebbe stato di 860 milioni di euro dal 1984 al 31 dicembre del 2010. Per l’accusa sostenuta in primo grado dai pm Luca Turco, Ettore Squillace Greco e Giuseppina Mione, gli indagati, attraverso società fittizie, avrebbero sovrafatturato il costo dei principi attivi acquistati. In questo modo, sempre secondo l’accusa, facevano risultare al comitato interministeriale prezzi e al ministero di aver dovuto sopportare costi maggiori del reale e, quindi, strappavano prezzi di vendita al dettaglio più alti di quelli che avrebbero ottenuto se avessero dichiarato il costo effettivo dei principi attivi. Così, sempre secondo la Procura toscana, il servizio sanitario nazionale per anni si sarebbe trovato a sostenere costi più alti quando rimborsava i medicinali. Sempre secondo l’accusa i profitti della frode e le somme sottratte al fisco sarebbero stati messi su conti correnti di società estere. La Asl teramana è rappresentata dall’avvocato Annalisa Caschera, i vertici Menarini dall’avvocato Franco Coppi.
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