La compagna: «La sentenza non è giusta»

22 Dicembre 2016

I legali dell’imputato annunciano il ricorso in appello per chiedere il preterintenzionale

TERAMO. «La sentenza non è giusta perchè mio marito non c’è più e mia figlia non ha più un padre». Mette insieme lacrime e rabbia Renate Mihella, la compagna di Paolo Cialini per dire che «14 anni sono pochi per chi ha ucciso». Insieme alla sua bambina, che era in auto quando il papà è stato ucciso, si è costituita parte civile. Così commenta il suo avvocato Giovanni Melchiorre: «Noi abbiamo chiesto non una sentenza che fosse una pena esemplare ma che venisse fatta giustizia per un fatto grave. Da questo fatto non risultano distrutte due famiglie ma una soltanto, quella di Paolo Cialini e della figlia. Trenta anni o quattordici anni non cambiano. Resta un fatto molto grave e come tale andava giudicato in un’aula di tribunale».

E di sentenza «abbastanza equilibrata» parla anche l’avvocato Massimo Di Bonaventura, il legale che rappresenta la sorella e la mamma della vittima, anche loro parti civili nel processo: «Ora aspettiamo di conoscere le motivazioni prima di esprimere qualsiasi altra valutazione».

E già preannunciano ricorso in appello i difensori di Dante Di Silvestre. «La sentenza pronunciata», scrivono in una nota gli avvocati Gennaro Lettieri e Nadia Baldini, «esprime un sostanziale equilibrio nella determinazione della pena e nel riconoscimento al Di Silvestre delle circostanze attenuanti generiche. Proporremo comunque appello, una volta conosciute le motivazioni, ritenendo che il fatto debba qualificarsi omicidio preterintenzionale e che non ricorra l'aggravante dei futili motivi». Tesi difensiva, quella dell’omicidio preterintenziale, che non è stata accolta dal giudice di primo grado che al termine dell’udienza di ieri ha condannato l’artigiano di Mosciano a 14 anni per omicidio volontario aggravato dai futili motivi.(d.p.)

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