La fuga da Kiev a piedi: «Fateci restare a Teramo»

19 Marzo 2022

Appello di tre donne e due bimbi che in città hanno raggiunto una connazionale «I piccoli ora vogliono tornare a scuola e noi speriamo di trovare un lavoro»

TERAMO. La speranza ha il sapore di un pezzo di pizza. Perché la vita trova sempre la sua strada, anche tra le bombe. Tiziana, Anastasia, Svetlana, i loro due bambini lo hanno imparato dopo la fuga da Kiev, i chilometri a piedi per arrivare in Romania, il viaggio sull’ aereo che li ha portati in Italia. E a Teramo, da Oksana. Perché quando tutto è precipitato, quando la fuga è diventata l’unica cosa da fare è stata la speranza di un pezzo di pizza nella Teramo di Oksana ad accompagnare i bambini. «Così appena sono arrivati li ho portati a mangiare la pizza» racconta Oksana, ucraina, a Teramo per lavoro da più di sette anni.
Ieri mattina in città sono arrivati sua nuora Tiziana con la sorella Anastasia e la mamma Svetlana. Con loro i due bambinidi 9 e 10 anni, i figli di Tiziana e Anastasia. Volti diversi, storie uguali a raccontare di mariti e padri lasciati in patria a combattere, di notti passati nei rifugi, di cibo sempre più scarso, di corse all’impazzata per attraversare un confine su autobus e treni strapieni. Tiziana, Anastasia e Svetlana, che naturalmente non conoscono l’italiano, raccontano con gli occhi mentre il sapore di un trancio di pizza può rappresentare la speranza di essersi lasciate la paura alle spalle. Anche se i mariti restano a combattere e il timore per loro è tanto.
Ora Oksana li ha sistemati tutti e cinque in un albergo cittadino, ma lancia un appello per farli rimanere in città. «Dalla prefettura ci hanno detto che possono essere ospitati a Roseto», dice, «ma io vorrei averli vicini, qui a Teramo dove lavoro e nel tempo libero posso seguirli, aiutarli. E per questo lancio un appello perché possano trovare una casa e un lavoro, affinché i bambini possano tornare scuola». Perché riprendersi la vita non sarà facile, ma da qualche parte la normalità deve ricominciare. Con la scuola per i più piccoli, con un lavoro per i grandi. Perché anche se è cambiata la scansione del tempo, lo sguardo del prossimo, gli orizzonti quotidiani, bisogna riprendersi un minimo di quotidianità. «Soprattutto per i bambini», dice Oksana mentre stringe il nipote, «hanno già sofferto tanto per quello che hanno visto, sentito e continueranno a soffrire visto che da un giorno all’altro hanno dovuto lasciare tutto. Per questo lancio un appello per chiedere che loro possano rimanere a Teramo dove ci sono io. In questo momento loro non parlano un parola di italiano e senza di me si sentono persi. La riposta degli italiani, dei teramani in questi giorni è stata davvero fortissima. C’è stata una grande dimostrazione di affetto per il popolo ucraino. E per questo mi auguro che una risposta arrivi anche in questa occasione. Per poter sperare di ricominciare a vivere anche se la loro speranza, naturalmente, è quella di tornare nella loro terra».
Dopo la pizza, i saluti e quel ciao che hanno imparato a pronunciare per ringraziare. Poi una camera d’albergo, un letto e la prima notte senza le sirene per correre nei rifugi, le bombe, gli occhi sui palazzi sventrati.
©RIPRODUZIONE RISERVATA