La madre di Roberto: c’è giustizia ma nessuno mi ridarà mio figlio

14 Novembre 2024

Annunziata Cairo scrisse all’ex ministra Cartabia per chiedere tempi brevi per il processo «Questo caso non ha insegnato nulla, ogni volta che sento un telegiornale c’è un lavoratore morto» 

TERAMO. Nel Paese che non smette di contare le stragi sul lavoro, nonostante norme e controlli sempre più stringenti, ci vuole sempre una faccia, una storia per capire cosa perdiamo, quale vuoto e quale scia di dolore si lascino dietro. Lo sa bene Annunziata Cairo a cui è toccato in sorte il più disumano dei dolori: sopravvivere alla morte di un figlio.
Il suo Roberto aveva 31 anni quando nel 2017 venne travolto da una balla di plastica nel piazzale dell’azienda Metalferro di Castelnuovo Vomano. Per denunciare i tempi lunghi del procedimento penale all’epoca scrisse all’allora ministra della Giustizia Marta Cartabia e il caso del camionista napoletano Roberto Morelli diventò nazionale. Ora che il pendolo della cronaca si ferma sul processo d’appello con la conferma delle tre condanne di primo grado, così dice mamma Annunziata: «C’è stata una nuova sentenza che ha confermato la verità emersa dal processo di primo grado, giustizia è stata fatta anche se il mio Roberto non tornerà più a casa. Purtroppo sul lavoro si continua a morire. Ogni volta che sento un telegiornale c’è una vittima sul lavoro. La gente la mattina esce di casa per lavorare e non torna più. Io penso che servano più controlli per garantire la sicurezza, penso che bisogna rispettare le leggi che ci sono, penso che un lavoratore la sera debba tornare a casa dalla sua famiglia e non morire sul posto di lavoro. Io non smetterò mai di ringraziare la ex ministra Cartabia, i magistrati, l’avvocato Giorgio Varano per quello che hanno fatto. Ma niente nessuno potrà ridarmi Roberto. Quella mattina era uscito per andare a lavorare e lui era contentissimo del suo lavoro. Aveva 31 anni e una vita davanti che è finita in un attimo». Mamma Annunziata è sempre stata in aula con gli altri figli e il suo abbraccio al pm Stefano Giovagnoni al termine del processo di primo grado resterà per sempre a raccontare quelle udienze: «Mio figlio ha avuto giustizia e spero sempre che con il passare del tempo ci siano meno morti sul lavoro, ma nulla cambia. Anzi i morti aumentano».
Perché cronaca e statistiche raccontano che ogni giorno ci sono un figlio, un marito, un padre, un fratello che non torneranno a casa dopo il lavoro. Numeri di famiglie precipitate nell’inferno. «Quando un familiare muore sul lavoro prevale la rabbia per quello che poteva essere fatto e non è stato fatto», dice Domenico Morelli, uno dei fratelli di Roberto, «man mano che le dinamiche vengono chiarite si capisce che tante cose si potevano fare per garantire la sicurezza e non far morire nessuno. Così alla disperazione per il familiare che non c’è più si aggiunge la rabbia per quello che poteva essere fatto e non è stato fatto. Per questo servono più controlli perché le vite non hanno prezzo e la gente che esce di casa per andare a lavorare la sera deve tornare viva».
Il caso ora finirà in Cassazione dopo che la Corte d’appello ha confermato la responsabilità per omicidio colposo degli imprenditori Pasquale Di Giacinto, amministratore unico della Metalferro (confermata la pena di quattro anni) e Luca Di Giacinto, amministratore unico della Dg Capital Service Srl, società che all’epoca dei fatti operava nello stabilimento svolgendo attività di selezione dei materiali provenienti da raccolte differenziate (per lui pena ridotta da quattro a tre anni). Pena di 4 anni confermata anche per Michele Bonaccorso, all’epoca dei fatti lavoratore interinale in servizio alla Dg Capital con mansioni di carrellista.
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