La mamma dell’operaio morto: «Ora giustizia per mio figlio»

In aula l’arringa dell’avvocato di parte civile: «Dopo la sentenza andrò sulla tomba di Roberto» Cinque anni fa la vittima venne schiacciata da una balla di plastica nel piazzale della ditta Metalferro
TERAMO. Per sapere come è morto suo figlio ha scritto anche al ministro della giustizia. Perché le mamme non si fermano mai e oggi che c’è un processo a cercare una verità, almeno quella giudiziaria, mamma Annunziata Cairo chiede che «giustizia sia fatta perché il mio Roberto era un figlio bravissimo».
Nel processo per la morte di Roberto Morelli, il camionista di 31 anni di Napoli che nel 2017 venne travolto da una balla di plastica nel piazzale dell’ azienda Metalferro di Castelnuovo Vomano, è il giorno dell’arringa della parte civile. E l’avvocato Giorgo Varano, che rappresenta la mamma e i cinque fratelli della vittima, mette insieme quasi tre ore per ricostruire, denunciare quelle che chiama «omissioni» e fare una premessa: «Quando ci sarà la sentenza andrò al cimitero per raccontare a Roberto quello che è successo».
Secondo Varano« dopo cinque anni di sicuro si sa solo che Roberto è morto e che lo Stato ha fallito nella prevenzione perchè se così non fosse stato Roberto oggi sarebbe con noi. Nella ricostruzione dei fatti c’è stata omertà da parte di tutti gli indagati, ci sono state condotte omissive che si possono avere eventualmente in un caso di omicidio volontario e non di un omicidio colposo. E allora per questo chiedo che non sia vilipesa la memoria di Roberto dopo che ne è stato vilipeso il corpo. È stato accertato che Roberto venne portato in macchina già morto all’ospedale dall’imprenditore Pasquale Di Giacinto (amministratore unico della Metalferro per cui il pm Stefano Giovagnoni nella precedente udienza ha chiesto una condanna complessiva a 7 anni e 4 mesi(ndr). È stato accertato che nel corso di una telefonata con il titolare della ditta di Napoli per cui Roberto lavorava Di Giacinto disse riferendosi ai familiari: “ se vengono qui gli facciamo vedere la dinamica, gli facciamo vedere tutto”. Ma poi questo tutto non lo ha detto. È stata messa in atto una vera e propria opera di depistaggio per impedire di ricostruire la dinamica».
Oltre a Di Giacinto nel processo, i cui tempi lunghi sono stati più volte denunciati dal ministro della giustizia Marta Cartabia dopo la lettera della mamma, ci sono altri quattro imputati per cui il pm ha chiesto condanne complessive per un totale di 18 anni. Si torna in aula a giugno con le arringhe dei difensori. La sentenza è attesa per luglio.
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