La Procura: «Processate il terrorista»

La Distrettuale antimafia firma la richiesta di rinvio a giudizio per l’egiziano che faceva l’addetto alle pulizie a Colonnella
TERAMO. La Procura distrettuale lo accusa di essere un soldato dell’Isis, un lupo solitario così pericoloso che per mesi, a cominciare dalla sua permanenza a Colonnella, è stato tenuto sotto controllo 24 ore su 24 per intervenire in caso decidesse di passare all’azione. A dieci mesi dall’arresto e dopo una certosina indagine, il pm David Mancini firma la richiesta di rinvio a giudizio per il 22enne egiziano Issam Shalabi, ancora in carcere, il cui nome compare – in questo caso senza essere indagato – anche nell’ordinanza della recente maxi inchiesta su reati fiscali e terrorismo con dieci coinvolti (arrestati e recentemente scarcerati su decisione del tribunale del Riesame). Ora, dunque, sarà un gup a stabilire se mandare a processo Shalabi o disporre il non luogo a procedere. L’uomo, assistito dall’avvocato Alessandro Piccinini, ha sempre respinto ogni accusa.
Il nome del 22enne, che durante la sua permanenza a Colonnella aveva lavorato per una ditta di pulizie che aveva l’appalto per McDonald’s, era finito nei controlli della polizia nel dicembre del 2017 quando la sua presenza era stata segnalata tra i militanti islamici frequentatori di un gruppo Whatsapp. Si era scoperto così che Shalabi, arrivato in Italia sette anni prima per un ricongiungimento familiare con il padre, era diventato (secondo le accuse della Procura) il leader di un gruppo di tre giovanissimi profondamente radicalizzati che all’epoca vivevano a Colonnella. Dopo l’Abruzzo si era spostato a Cuneo e infine a Milano. Oltre a Shalabi e ai due suoi connazionali, un 22enne domiciliato a Colonnella colpito da decreto di espulsione e ospitato in un centro di permanenza temporanea a Torino, e un 23enne residente a Piacenza, nell’inchiesta erano indagati anche un altro egiziano residente a Milano e due marocchini residenti fuori regione. La posizione di questi è stata stralciata e per loro la Procura ha chiesto l’archiviazione. Le indagini, dirette dalla Dda dell'Aquila con il coordinamento della Procura nazionale antimafia e antiterrorismo e condotte dalla Digos del capoluogo abruzzese oltre a quelle di Teramo, Piacenza e Milano parallelamente ai compartimenti della polizia postale di Abruzzo ed Emilia Romagna, erano partite da un gruppo Whatsapp. A ricevere la prima informazione era stata l'intelligence: verso la fine del 2017 gli 007 avevano segnalato come tra i frequentatori di un gruppo Whatsapp formato da militanti islamisti ce ne fosse uno con un'utenza italiana. Nel fascicolo, oltre agli screnshoot delle chat di Telegram, file audio e delle intercettazioni.
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