La provincia si spopola, sempre meno nati

Calo dopo il 2014. In aumento i giovani che dopo l’università non tornano. Solo gli immigrati tamponano il crollo
TERAMO. Una provincia che perde abitanti. E se lo spopolamento delle aree montane è ormai un fenomeno assodato, la capacità attrattiva delle zone costiere non è tale da compensare una tendenza che ormai si conferma da cinque anni a questa parte.
La provincia di Teramo ha raggiunto il suo picco massimo di abitanti nel 2014 (311.168), da allora c’è stato un lento ma progressivo calo per cui a giugno dell’anno scorso è arrivata a 306.996, più o meno ai livelli del 2011. Uno studio della Camera di commercio sul bilancio demografico, che prende in considerazione l’arco di tempo 2001-2019 evidenzia come in 18 anni ci siano centri che hanno aumentato di molto i propri abitanti. In primis Tortoreto (51,4%), seguito da Corropoli (35,4%), Nereto (23,6) Alba Adriatica (20,5) e Martinsicuro (20,1). Ci sono anche record negativi come quelli di Fano Adriano (-30,6) Valle Castellana (-28,6%), Cortino (-28,1), Rocca Santa Maria (-27,7).
Se si prendono in considerazione gli ultimi tre anni, in cui è stato più spiccato il calo demografico, la situazione cambia: il maggior incremento l’ha avuto Nereto (2,4), la maggiore perdita Crognaleto (-4,5%). Teramo è in una situazione di mezzo: se nei 18 anni ha visto aumentare la popolazione del 5,9%, negli ultimi tre ha perso appeal (- 0,9%). «Si conferma la crescita delle zone costiere e delle valli del Vibrata e del Tordino:le zone con le attività economiche e quindi le opportunità di lavoro, ma anche i servizi sono le più attrattive», spiega Salvatore Florimbi, vice segretario generale della Camera di commercio.
Lo studio dà anche una spiegazione al decremento demografico della provincia. «C’è una sensibile riduzione dei nati, dovuta al fatto che parte dei giovani va fuori provincia e che la popolazione invecchia. Il saldo naturale è dunque strutturalmente negativo. E’ strutturalmente in deficit anche il “saldo interno”, cioè il rapporto iscritti provenienti da altri comuni e quelli che si cancellano per andare altrove. A questo riguardo l’anno più negativo è stato il 2017, influenzato dall’”effetto sisma”», osserva Florimbi. Il 2017 ha visto un saldo negativo di 795 persone (5.655 in entrata e 6.450 in uscita) che per fortuna si è ridotto nel 2018 a -292. Su questo dato pesa fra l’altro la fuga dei giovani: «Sono tanti gli universitari che finiti gli studi, rimangono fuori dove trovano più facilmente opportunità di lavoro. Questo impoverisce il territorio perchè vengono sottratte nei fatti energie e capacità culturali e di fare impresa», fa notare Florimbi.
A compensare la scarsa natalità e la tendenza ad andare via ci sono in parte gli stranieri. Dai 1.503 iscritti del 2014 si è arrivati ai 2.439 del 2018. L’unico anno in cui c’è stata una flessione, anche in questo caso, è stato il 2017 in cui gli immigrati iscritti sono stati 1.866. Ovviamente il “saldo estero” è positivo per quasi tutti i centri «soprattutto quelli litoranei dove c’è più possibilità di trovare lavoro. Lo scenario di fondo vede una riduzione della popolazione, attenuata grazie al saldo migratorio. Da notare che peraltro gli immigrati contribuiscono ad aumentare il numero dei nati». E alla fine il saldo demografico (cioè quello naturale più quello migratorio) è negativo: l’ultimo anno che ha visto un segno positivo (+65) è stato il 2014.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

