La psicologa: «I centri del nostro entroterra stravolti dalle calamità»

29 Dicembre 2022

Gilda Di Giammarco va in pensione dopo 43 anni al poliambulatorio Nel suo studio migliaia di pazienti: «Un tesoro umano e professionale»

MONTORIO AL VOMANO. Le migliaia di pazienti dell’entroterra l’hanno chiamata sempre per nome, la “dottoressa Gilda”, omettendo spesso il lei e instaurando un rapporto di fiducia. I 43 anni trascorsi nel poliambulatorio Asl di Montorio per la psicologa Gilda Di Giammarco sono «un tesoro umano e professionale che porterò nel cuore» come ha confidato mentre chiude, nell’ultimo giorno di servizio prima della pensione, la porta del suo studio dove ha accolto e ascoltato sempre con il sorriso paure, problemi, drammi e difficoltà dei residenti di un’area vasta che da Montorio copre tutto l’Alto Vomano, la Valle Siciliana e la Laga collaborando anche con i servizi sociali dei Comuni montani e di Teramo. In mano ha un pacco di lettere ricevute dai pazienti in segno di ringraziamento e gratitudine da una comunità che per lei è «una grande famiglia». Nella mente le immagini della laurea in psicologia nel 1977 a “La Sapienza” a Roma, un sogno che si era avverato, le specializzazioni in sessuologia clinica e terapia cognitiva comportamentale e l’arrivo all’allora consultorio familiare, oggi poliambulatorio, nel 1980, l’anno dell’apertura. La sua Montorio, dove è nata e ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza prima di trasferirsi a Roseto, l’ha chiamata a diventare un punto di riferimento soprattutto durante il terremoto, il momento più difficile per il territorio. Nei 43 anni di attività professionale Di Giammarco ha scattato una fotografia dell’evoluzione, ma anche dei momenti difficili dell’entroterra.
Com’era vista la figura della psicologa nei primi anni’80 nell’entroterra teramano?
«Sono arrivata a Montorio nel primo anno di apertura del consultorio familiare e ci recavamo nei piccoli comuni delle aree interne per sensibilizzare la gente a un servizio nuovo che non conosceva. In molti mi chiedevano in cosa consistesse il mio lavoro e le donne all’inizio hanno recepito di più il mio ruolo: venivano dal ginecologo e poi passavano da me. C’era reticenza sulle “professioni della mente”, ma nel tempo si è stabilita una relazione di fiducia con i pazienti, generazioni di famiglie, e con gli anni l’utenza è diventata trasversale cadendo tanti tabù».
Inizialmente il consultorio aveva, quindi, un’utenza più femminile?
«Il consultorio è un’istituzione ad accesso libero e questo ha permesso che, nel tempo, diventasse un sostegno fondamentale per le famiglie. Ma all’inizio veniva visto più per le donne: sono state loro l’utenza maggiore anche nei casi di violenza e maltrattamenti. Approcciavano con “richieste mascherate" partendo da un qualsiasi sintomo fisico come il mal di stomaco per poi aprirsi e arrivare al problema. Purtroppo non c’era ancora un linguaggio sociale al riguardo; ora c’è un’apertura che ha avvantaggiato le richieste di aiuto».
Per un segno del destino le hanno assegnato come primo incarico Montorio, il suo paese natale. Una scelta quella di non andare più via?
«Il mio legame con Montorio è fortissimo e sono state felice di essere stata proiettata in un contesto come quello delle zone interne che conoscevo bene, facilitandomi nell’approccio e vivendo tante emozioni: storie belle come quelle delle adozioni, ma anche storie difficili.Un legame indissolubile che rimarrà tra me e la mia gente che mi ha dimostrato sempre affetto e gratitudine».
Un’evoluzione vera e propria nella mentalità quando c’è stata?
«È stato un percorso graduale che ha portato, seppur persistendo alcuni retaggi culturali, all’apertura della mentalità nelle zone di montagna grazie a un’evoluzione culturale. Le persone non hanno avuto più timore di entrare nel mio studio».
Quali sono i problemi maggiori che ha l’entroterra?
«Mancanza di lavoro e spopolamento si ripercuotono molto sulle dinamiche familiari che sono già fragili in talune situazioni, ma il colpo di grazia lo hanno dato gli eventi sismici e calamitosi. Il territorio già stava perdendo la sua vocazione, ma dal 2009 c’è stato un prima e un dopo che ha cambiato completamente la fisionomia: dall’unità delle comunità si è passati alla dispersione, dalla protezione si è passati al sentirsi soli e fragili, pur permanendo la solidarietà rispetto alla sofferenza».
I terremoti e la nevicata hanno generato un dramma trasversale nella popolazione?
«In quel periodo in cui collaboravo anche con Emergency l’utenza è aumentata tantissimo. I terremoti hanno fatto esplodere situazioni sopite e hanno fatto emergere situazioni importanti legate al trauma acutizzando problematiche esistenti. La gente ha dovuto lasciare le proprie case, i propri paesi, soprattutto i centri storici, i vicini e i parenti e ha iniziato a prevalere il senso di isolamento. La capacità di adattamento è mancata molto soprattutto nelle persone anziane, ma persiste ancora un senso di smarrimento generale».
E la pandemia che effetti ha avuto?
«Sembrerà strano, ma è uscita fuori la resilienza e la resistenza nella popolazione già “abituata” all’esperienze forti del terremoto. Ovviamente abbiamo riscontrato una forte paura da contagio e dell’isolamento, ma anche una certa “abitudine” alla sofferenza».
Cosa porterà con sé una volta chiusa la porta del suo studio?
«Il mio cuore sarà sempre tra la mia gente: lascio qui un pezzo della mia professione e della mia vita. Ma questa stanza non può rimanere vuota perché tutto l’entroterra ancora si porta dietro gli strascichi di quello che è accaduto. La gente ha bisogno di un sostegno e mi hanno chiesto a gran voce il proseguo senza interruzioni del servizio».
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