La rabbia dei giovani medici «Troppo difficile specializzarsi»

30 Maggio 2020

Flash mob in piazza Martiri: una trentina con camice e valigia perché molti dovranno emigrare Le borse sono 12mila ma quest’anno si prevedono 29mila concorrenti. «E negli ospedali c’è carenza»

TERAMO. Medici con il camice bianco e la valigia. Pronti a partire da un Paese che non li vuole.
I medici appena laureati hanno dato vita ieri mattina in piazza Martiri a un flash mob per segnalare il difficile percorso a ostacoli per accedere a una scuola di specializzazione. La manifestazione di protesta di ieri, che in Abruzzo si è svolta anche all’Aquila, si è tenuta in contemporanea in 21 piazza d’Italia.
«Protestiamo perchè è necessario eliminare il cosiddetto “imbuto formativo” su 29mila candidati che parteciperanno ai test per accedere a una scuola di specializzazione», spiega la portavoce del gruppo teramano, Maria Chiara Bernucci, «lo Stato mette a disposizione 12mila borse, numero che peraltro comprende l’aumento di 4.200 borse istituite in più quest’anno. Questo significa che 17mila medici rimarranno fuori delle scuole di specializzazione. Si consideri che non ci sarebbe un surplus di medici specializzati, considerando la situazione attuale e i pensionamenti previsti da qui a 4-5 anni. Noi chiediamo che il rapporto fra borse disponibili e numero di partecipanti sia di uno a uno. O comunque che si attuino modalità diverse che evitino l’imbuto formativo. Questa battaglia la facciamo per noi, ma anche per i cittadini che fanno le spese della carenza di medici negli ospedali».
I giovani medici denunciano il fatto che i tagli alle borse di studio rientrano nei 37 miliardi tagliati negli ultimi dieci anni alla sanità. Ma non si spiegano come si faccia ben poco per risolvere questa specifica situazione visto ch e« siamo relativamente pochi, almeno rispetto ad altre categorie, quindi la spesa sarebbe accettabile».
Alcuni medici hanno anche descritto in piazza la propria situazione. Alessia Laurenzii di Roseto racconta che da quando si è abilitata ha fatto «diverse domande, alle Asl di Pescara, Chieti, nelle Marche e ai Monopoli di Stato. Ma mi sono dovuta accontentare della soluzione che mi impegnava meno perchè devo prepararmi ai test per le borse e con l’enorme concorrenza che c’è sarà difficilissimo». Stefania Lamnja di Teramo aggiunge che «se non si entra in una scuola di specializzazione significa stare fermi un anno. E quello successivo la situazione sarà peggiore perchè a tutti quelli che non hanno preso la borsa adesso si sommeranno i nuovi laureati».
Giada Di Donato, di Isola del Gran Sasso, aspirante chirurgo, solleva anche un altro problema: «bisogna capitare in una scuola di specializzazione che faccia fare anche pratica, in modo da essere pronti, alla fine, a entrare nel mondo del lavoro. Deve aumentare la qualità dell’offerta». Tutti peraltro descrivono il disagio di dover stare, pure essendosi laureati, a carico dei propri genitori. «Mi piacerebbe fare il cardiologo o il neurologo», afferma Arturo Rosa, «ma sono preferenze solo teoriche: può capitare di doversi accontentare di un’altra branca e quindi di dover fare qualcosa di ripiego per tutta la vita. Insomma: un test a crocette decide del mio destino».
Tutti i giovani medici si dicono «frustrati: c’è un sentimento di delusione collettiva rispetto alle promesse fatte nei test di ingresso alla facoltà di medicina». I ragazzi hanno anche incassato la solidarietà di alcuni senior: uno per tutti Sergio Di Febo, storico anestesista che sottolinea come lo Stato cerchi i pensionati per farli tornare al lavoro ma non aiuta i giovani nella loro carriera.
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