La sfida di Sergio alla tratta delle bambine

D’Ascenzo, infermiere e operatore del 118 volontario in Moldavia: «Ogni anno in centinaia vengono rapite e stuprate»
TERAMO. Per ricordarci quello che succede intorno abbiamo bisogno più di facce che di numeri senza nome. Perché in un mondo che tutto centrifuga e troppo anestetizza, un volto trasforma statistiche in vita vera: l’unico antidoto all’assuefazione.
Sergio D’Ascenzo, 57 anni, da poco più di quaranta infermiere e operatore di centrale del 118, sposato, tre figli e un nipotino, ogni anno macina migliaia di chilometri dentro il male. Quello della tratta delle bambine in un Paese come la Moldavia. «Da qualche parte bisognerà pur cominciare» pensò quando nel 1995 a Isola del Gran Sasso fondò l’associazione umanitaria Kerjgma, braccio operativo della chiesa evangelica. «Allora volevamo fare qualcosa per la nostra gente» racconta mettendo insieme i ricordi di quando 19enne infermiere con la vecchia ambulanza donata dalla Cogefar, l’impresa del traforo del Gran Sasso, girava tra gli anziani facendo prelievi e misurando la pressione. Poi nel 2011 la telefonata del suo amico Emanuel Besleaga, imprenditore romeno arrivato vent’anni prima a Roma e che da un giorno all’altro molla tutto e riparte con la famiglia per aiutare la sua gente, quella al confine tra Romania e Moldavia. «Mi chiamò e mi disse che qualcosa bisognava fare soprattutto per i bambini affamati, abbandonati da adulti in fuga da una povertà senza tregua», dice Sergio, «e allora dopo qualche mese subito il primo viaggio con un carico di medicine, alimenti e vestiti. Tutto quello che riuscimmo a mettere insieme. Fu il primo passo». Poi negli anni la creazione di un magazzino di stoccaggio merci in alcuni locali di Casalena «messi gentilmente a disposizione dalla Asl» da dove ogni dodici mesi parte un carico di generi alimentari a lunga conservazione, di vestiti e di umanità.
In questi anni che cosa è cambiato in Moldavia?
«Pochissimo, quasi niente. La Moldavia è un Paese schiacciato fra Romania e Ucraina, su una linea di faglia in cui si scontrano periodicamente la placca dell’Unione Europea con quella della Federazione Russa. In mezzo una povertà sempre più estesa con interi villaggi ormai ridotti alla fame, assenza totale di assistenza sanitaria e con i più piccoli che pagano il prezzo più alto. Il fenomeno della tratta delle bambine è impressionante. Ogni anno in centinaia vengono rapite da organizzazioni criminali che gestiscono il traffico della prostituzione a livello internazionale, vengono rinchiuse in strutture e stuprate per giorni fino a quando non vengono annientate nel corpo e nell’anima e poi vendute come prostitute».
C’è una storia che l’ha colpita più di ogni altra?
«Sicuramente quella di Tania rapita quando ne aveva poco meno di venti, stuprata per giorni, venduta come prostituta. Dopo anni di sfruttamento totale tra Russia e Turchia è riuscita a scappare dall’organizzazione quando si è accorta di essere incinta. Ha finto di essere matta e forse, anche per questo, nessuno dei suoi aguzzini ne ha ostacolato la fuga. E’ riuscita a sopravvivere tra stenti infiniti con un figlio che oggi ha 16 anni ed è un promettente portiere di una squadra di calcio. Oggi si arrangia come può, vive con le donazioni dell’associazione e mette tutta se stessa a disposizione nella battaglia contro la tratta. Per anni è riuscita a sopravvivere facendo bamboline di paglia. Qualche anno fa un amico di Isola ne ha comprate tante per farne delle bomboniere. Per lei avere quei soldi è stato come toccare il cielo con un dito».
Quando è difficile intervenire in una realtà così complessa?
«Sicuramente lo è, ma penso che oggi sia difficile un po’ ovunque. Certo ti scontri con fatti che messi al confronto con quella che è la nostra quotidianità ti fanno capire come il tuo superfluo possa diventare la sopravvivenza di qualcun altro. Qualche mese fa mi ha chiamato il mio amico Emanuel dicendo che un donatore aveva messo a disposizione quattro carichi di patate per la Moldavia. Le patate significano assicurare da mangiare per qualche mese, ma anche dare la possibilità di piantarle e quindi di coltivare qualcosa da poter vendere. Ma per far arrivare il carico bisognava pagare i Tir per il trasporto. Emanuel mi ha detto che con i fondi che loro avevano a disposizione o facevano fare un campeggio estivo a centinaia di bambini seguiti dall’associazione o pagavano il Tir di patate. Molto probabilmente sarebbe saltato il campeggio estivo dei bambini. Allora abbiamo fatto una raccolta tra i soci, ognuno ha messo quello che poteva e siamo riusciti a mandare 1200 euro per pagare il Tir con le patate. Ecco un carico di patate può fare la differenza per migliaia di persone».
Come vivono i bambini?
«Non vivono, sopravvivono. Tutte le volte che andiamo e facciamo il giro dei villaggi la realtà con cui mi imbatto è sempre peggiore di quella che ho lasciato la volta precedente. Un ex militare dell’esercito russo che ha a disposizione dei vecchi autobus ogni giorno fa il giro dei villaggi e raccoglie tutti quelli che incontra per poi portarli in una struttura dell’associazione dove almeno per un giorno hanno un pasto garantito che è un panino con un wurstel e una mela. E’ l’unico pasto che quei bambini faranno in tutta la giornata perché quando vengono riportati nei villaggi ad attenderli non c’è niente. Anzi a volte i grandi aspettano che i piccoli riportino qualcosa da mangiare. Ma se un giorno non ci sono i soldi per pagare la nafta e quindi gli autobus non possono partire la gran parte di quei bambini non mangerà. Una delle ultime volte abbiamo distribuito nelle scuole oltre tremila kit di matite, penne e quaderni e io gli sguardi di quei bambini con un quaderno in mano non li dimenticherò mai. Così come non scorderò gli occhi di quella piccolina invitata a scegliere un peluche da prendere durante la distribuzione in un villaggio. In quel momento, sono sicuro, le abbiamo regalato la sua infanzia. E’ questo deve far pensare. Perché l’infanzia dovrebbe essere uguale per tutti e non dipendere solo dalla fortuna di nascere in un posto o in un altro».
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