Lascia la moglie incinta al gelo sul balcone: condannato a due anni e sei mesi

20 Giugno 2026

È accusato di aver chiuso fuori la donna al nono mese di gravidanza e in mutande. L’avrebbe più volte picchiata e spintonata contro un muro anche davanti al figlio piccolo

TERAMO. I particolari a fare la differenza in un’altra drammatica storia di maltrattamenti, l’ennesima in questo Paese da Codici rossi e femminicidi senza tregua. La condanna a due anni e sei mesi (senza pena sospesa e con le attenuanti generiche prevalenti sull’aggravante) chiude il processo di primo grado al 48enne teramano accusato di aver brutalmente picchiato la moglie al nono mese di gravidanza e di averla chiusa sul balcone di casa (nel mese di gennaio) dopo averla costretta a spogliarsi rimanendo solo con gli slip. A salvarla, dopo qualche tempo, così si legge nella richiesta di rinvio a giudizio, il suocero intervenuto per farla rientrare in casa. La sentenza è stata pronunciata dal giudice monocratico Marco D’Antoni che ha inoltre disposto una provvisionale di 10mila euro nei confronti della donna costituitasi parte civile.

Le motivazioni saranno depositate tra novanta giorni. L’accusa di maltrattamenti è aggravata dalla presenza di minori perché, secondo la Procura (Pubblica accusa rappresentata in aula dalla pm Monica Speca che aveva chiesto 5 anni), i fatti sarebbero avvenuti alla presenza dell’altro figlio piccolino della coppia. A fare la cronaca di un incubo durato dal 2017 al 2019 la richiesta di rinvio a giudizio in cui la pm Silvia Scamurra ha scritto: «All’ultimo mese di gravidanza e tre giorni prima che partorisse, spintonava la moglie contro un armadietto facendole sbattere la testa; poi a seguito di un banale litigio la chiudeva fuori dal balcone non prima di averla costretta a togliersi i pantaloni e quindi a rimanere sul balcone esposta al pubblico con i soli slip; rientrata grazie all’intervento del suocero la picchiava brutalmente colpendola a calci con le scarpe antinfortunistiche che le procuravano ferite sanguinanti e livide sferrandole violenti pugni sulla schiena».

Botte e pugni che, ha sostenuto l’accusa, in quella casa erano all’ordine del giorno. E non solo. In un caso, sempre secondo la Procura, la donna per sfuggire ai maltrattamenti dopo essere stata colpita in testa con il tubo dell’aspirapolvere si era rifugiata nell’abitazione dei suoceri e qui l’uomo, a cui è stata revocata la responsabilità genitoriale, l’aveva raggiunta «costringendola», si legge a questo proposito nell’avviso di conclusione delle indagini, «ad inginocchiarsi davanti a tutti per chiedergli scusa». Tra i fatti contestati dalla Procura anche un altro episodio in cui la donna, dopo aver abbandonato la macchina del marito per sfuggire all’ennesimo maltrattamento, sarebbe stata avvicinata dalla vettura guidata dall’uomo che l’avrebbe stretta «pericolosamente al margine della carreggiata della strada rischiando di farla cadere nella scarpata». L’uomo è difeso dalle avvocate Caterina Lettieri e Maristella Urbini. La donna, che si è costituita parte civile, è rappresentata dall’avvocato Gianni Falconi.

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