Le intercettazioni di padre e figlio Simone: «Mi daranno l’ergastolo»

Nei file ascoltati davanti ai giudici il timore dei due: «Dobbiamo disfarci dell’auto, bisogna bruciarla» Conclusa l’audizione dei testi della pubblica accusa, si riprende il 24 con l’esame dei due imputati
TERAMO. Il contenuto non è inedito, ma quelle voci che riecheggiano nell’aula di Corte d’assise sicuramente lasciano il segno. Dalla mole di intercettazioni ambientali e telefoniche le parole di Simone Santoleri e del padre Giuseppe, entrambi imputati per l’omicidio della madre ed ex moglie Renata Rapposelli, scandiscono le tappe di un’indagine complessa che ora viene ricostruita davanti alla Corte presieduta da Flavio Conciatori (a latere Lorenzo Prudenzano).
Dal timore che sulle gomme della macchina possa essere trovato il terriccio della zona di Tolentino dove è stato ritrovato il corpo all’ipotesi di volersi disfare della macchina, la Seicento bianca che secondo gli inquirenti è stata usata per trasportare il corpo da Giulianova nelle Marche: le intercettazioni catturano parole e umori dei due imputati nei mesi prima dell’arresto. Con Giuseppe che dice: «Non si poteva attaccare la terra perché c’era l’erba in quel luogo». O con Simone che, dopo aver saputo che le analisi sulla presenza di terriccio sulle gomme sono negative, dice: «Dobbiamo disfarci della macchina perché ci stanno per arrestare». I due, sostengono gli inquirenti, prima ipotizzano di bruciare la vettura per distruggere le tracce e poi decidono di venderla ricorrendo alla formula della rottamazione. Ed è in una concessionaria , ormai già venduta, che i carabinieri sequestrano la vettura qualche giorno prima che padre e figlio vengano arrestati.
Il timore che la macchina possa essere la prova regina anche in una intercettazione del 18 febbraio quando Simone, dopo aver saputo che la vettura è stata ripresa da alcune telecamere sulla strada di Sant’Elpidio, dice al padre: «La nostra è proprio sfortuna...questi video della macchina escono dopo quattro mesi». E poi, sempre nelle intercettazioni, quella frase ripetuta più volte: «Mi daranno l’ergastolo». E poi ancora la macchina portata più volte a lavare anche dopo il dissequestro.
L’audizione dei due carabinieri del reparto operativo del comando provinciale fa alzare i toni dei difensori di Simone, gli avvocati Gianluca Reitano e Gianluca Carradori. «La descrizione dei colloqui da parte dei testimoni non è neutra», diranno fuori dall’aula, « ma condita da aggettivi che, secondo noi, sono a tratti suggestivi». Secondo i legali nessuna intenzione di coprire le tracce visto che la vettura era già stata sequestrata e dissequestrata dal Ris. In aula confronto dai toni accesi con il pm Enrica Medori che più volte, dopo le domande dei difensori, chiede l’intervento della Corte. Con le testimonianze dei due carabinieri, ieri si è chiusa l’audizione dei testi citati dalla Pubblica accusa. Si torna in aula il 24 con l’esame degli imputati: Simone e il padre Giuseppe (difeso dall’avvocato Alessandro Angelozzi). Intanto per giovedì è fissato l’appello proposto dalla difesa di Simone contro il no della Corte alla concessione dei domiciliari nella comunità di don Benzi. L A motivare il provvedimento di diniego il rischio di reiterazione del reato. Di diverso avviso gli avvocati difensori Reitano e Carradori. Secondo i legali, infatti, le esigenze cautelari non esisterebbero più e per questo hanno presentato il ricorso, tecnicamente un appello cautelare, al tribunale del Riesame dell’Aquila.
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