Liberati torna in carcere Rilasciato dopo due ore

15 Maggio 2015

Il motorista della Idra Q di nuovo davanti ai giudici: «Quando mi hanno riportato in cella mi sono venuti i brividi. Per fortuna è durata poco, ma nessuno ci aiuta»

MARTINSICURO. Riportato in carcere per due ore e poi di nuovo liberato. Non ha fine l’odissea dei marinai italiani bloccati in Gambia, e quest’ultimo atto, del tutto inspiegabile, sembra assumere i contorni di un’intimidazione e comunque fa capire che soluzione della vicenda della Idra Q è ancora lontana. Mercoledì mattina il direttore di macchina della barca, Massimo Liberati di San Benedetto del Tronto, è stato in tribunale per un nuovo processo e dopo l’udienza si sono riaperte le porte del carcere di Banjul, dove era già stato rinchiuso a marzo insieme al capitano della nave, Sandro De Simone di Silvi. Prigionia durata due ore nonostante già ci fosse la cauzione versata a suo tempo dalla società armatrice, la Italfish di Martinsicuro. Due ore che hanno riportato il marittimo sambenedettese nella disperazione. «Una cruda giornata», ha fatto sapere Liberati. «C’è stata una nuova sentenza dopo di che sono stato rimesso in prigione, fortunatamente solo per due ore, nonostante già ci fosse una cauzione versata a suo tempo per la mia scarcerazione, e sono finito in un altro buco molto peggio di dove sono stato la prima volta. Poi sono tornato in hotel ma questo è bastato per farmi tornare i brividi. Probabilmente non potrò tornare a casa per il momento, mi tremano ancora gambe e mani, le forze stanno terminando anche perché è un tunnel buio dove non si vede un minimo spiraglio di luce. Nessuno in Italia prende una dura posizione verso questo paese. Se qualcuno non alza la voce rischiamo di fare la fine dei marò in India. Noi non abbiamo ucciso nessuno e stiamo vivendo in maniera infernale la circa tre mesi. Sto cedendo psicologicamente sono stanco e stressato, non sorrido più, non so da quando non mi riconosco. Vorrei poter parlare personalmente con il ministro Paolo Gentiloni e con il premier Matteo Renzi per dirgli perchè non si muovono, perché ci hanno abbandonati. Noi siamo cittadini italiani e dobbiamo essere tutelati. Ho sposato una donna senegalese nel 2006 ed ho la doppia cittadinanza. Sono distrutto e stufo di questa situazione, tra l’indifferenza delle istituzioni, e chissà se il mio passaporto italiano finirà nella spazzatura». Una situazione che sta gettando nello sconforto il motorista di San Benedetto, che si aggrappa all’amore per la moglie e il figlio per alimentare la speranza di tornare preso a casa.

«Alla forte preoccupazione per quello che sta accadendo in Gambia si unisce lo stupore per l’almeno apparente mancanza di risposte da parte delle istituzioni italiane», è la presa di posizione di Fabio Urbinati, ex assessore alla pesca del comune di San Benedetto del Tronto e ora candidato alle regionali nelle Marche. «A bordo di quella nave c’è un nostro concittadino che da tre mesi sta affrontando un vero e proprio inferno e che, al suo fianco, sembrerebbe avere soltanto la società armatrice. E’ inaccettabile che un cittadino italiano, che si trova all’estero per lavorare per conto di un’azienda italiana, debba essere chiuso in prigione prima e sequestrato poi senza poter contare sul lavoro e sull’appoggio della diplomazia e delle nostre istituzioni». Intanto il ministero degli Esteri ha risposto all’interrogazione del deputato abruzzese Gianni Melilla, facendo sapere che ha da tempo attivato i canali diplomatici, di aver fatto pressione sul governo del Gambia e di continuare a seguire da vicino tutta la vicenda.

Sandro Di Stanislao

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