Lite temeraria, condanna bis per la Asl

30 Gennaio 2018

Risarcirà 300mila euro a una paziente per un intervento sbagliato. I giudici: «Doveva pagare senza fare la causa»

TERAMO. I tempi sono quelli di un giudizio civile e quindi, cosa purtroppo desolatamente ovvia e scontata nei tribunali italiani, di per sè già dilatati all’infinito. Ma, mai come in questo caso, a far riflettere non è solo la durata del procedimento iniziato in primo grado nel 2008, quanto una condanna bis per lite temeraria. E’ quella che il 13 gennaio scorso i giudici d’Appello dell’Aquila hanno inflitto alla Asl di Teramo, rigettando il suo ricorso, confermando in toto la sentenza di primo grado che obbliga l’azienda al risarcimento di 300mila euro ad una donna per un intervento chirurgico ritenuti sbagliato e stabilendo un pagamento ulteriore di 27mila euro per lite temeraria.
Perchè si legge nella sentenza emessa dal collegio dei magistrati presieduto da Giuseppe Iannaccone «il giudice di primo grado ha giustamente ritenuto di penalizzare il comportamento tenuto dalla Asl, che malgrado l’adesione del proprio consulente tecnico alla valutazione dei danni effettuata dal Ctu (il consulente tecnico d’ufficio ndr), ha inteso resistere in giudizio che invece avrebbe potuto evitare se avesse provveduto al ristoro dei danni in favore dell’attrice così come riconosciuti, tanto più che i consulenti avevano espresso parere concorde anche riguardo all’an debeatur (cioè se sia dovuto, ndr) e quindi non era necessario ricorrere ad ulteriori attività per procedere al risarcimento delle gravi conseguenze provocate dall’errata prestazione eseguita». In giurisprudenza si parla di lite temeraria «quando si agisce (o resiste) in giudizio con mala fede e colpa grave», ossia, sostengono più pronunciamenti della Cassazione, «con consapevolezza del proprio torto o con intenti dilatori». Ovvero con l’intento di allungare i tempi. Aggiungono i magistrati nella sentenza: «L’articolo 96, comma 3 codice di procedura civile, invocato dalla donna in primo grado, risponde, infatti, ad una funzione sanzionatoria delle condotte di quanti, abusando del proprio diritto di azione e di difesa, si servano dello strumento processuale a fini dilatori o del tutto strumentali, contribuendo così ad aggravare il volume del contenzioso e, conseguentemente, ad ostacolare la ragionevole durata dei processi pendenti».
Il caso è quello di una donna teramana che nel 1998 venne sottoposta, all’ospedale di Atri, a quello che avrebbe dovuto essere un banale intervento chirurgico per la rimozione di una fistola. Quel banale intervento, però, le ha provocato lesioni con una invalidità permanente accertata del 30%. La donna, assistita dall’avvocato Matteo Mion che l’ha seguita anche in Appello e dalla società Adriatica risarcimenti di Roseto, si è rivolta al tribunale civile di Teramo. Nel 2011 è arrivata la sentenza di primo grado che ha condannato la Asl al risarcimento di 300mila euro e al pagamento di 48mila euro per lite temeraria. L’azienda sanitaria ha impugnato in Appello sostenendo, tra i vari motivi del ricorso oltre a quello della prescrizione, anche la mancata chiamata in causa, da parte della donna, dei medici che seguirono gli interventi e l’inesistenza dell’atteggiamento temerario. Tutti motivi respinti.
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