Lotta al caporalato, per l’impresa scatta il controllo giudiziario

foto di Giampiero Marcocci

29 Luglio 2026

Paghe di 3 euro l’ora, 14 giorni senza riposo, controlli con telecamere non autorizzate e minacce: bar sotto accusa con tre indagati, la Procura ottiene dal tribunale la nomina di un amministratore

TERAMO. Il caporalato non fa sconti ai territori: è ovunque in questo Paese in cui la storia si ripete nei campi di pomodori del Sud Italia e nei cantieri edili come ha raccontato una recente inchiesta della Procura teramana. E allora la novità non è la nuova indagine con presunte ipotesi di sfruttamento in capo a due imprenditori accusati di pagare 3,4 euro l’ora i dipendenti del loro bar in Val Vibrata facendoli lavorare anche 14 giorni di seguito senza riposi e controllandoli con telecamere non autorizzate, ma l’applicazione per la prima volta nel Teramano (a livello nazionale si contano provvedimenti dal 2019) della norma che consente all’autorità giudiziaria di sorvegliare l’impresa con la nomina di un amministratore giudiziario. L’obiettivo è quello di salvaguardare l’occupazione ma solo nel rispetto delle regole, a cominciare dall’applicazione dei contratti di lavoro.

L’inchiesta è del pm Stefano Giovagnoni che ha chiesto e ottenuto dal gip la nomina dell’amministratore giudiziario. Le indagini sono state portate avanti dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro di Roma e da quelli di Teramo. Insieme ai due amministratori della società, nell’inchiesta è indagata anche la collaboratrice di uno studio di consulenza del lavoro. Le ipotesi reato contestato sono sfruttamento del lavoro, truffa aggravata ai danni dello Stato, falsità ideologica e violazioni sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Ipotesi che dovranno essere provate nel corso di un eventuale procedimento al termine dell’inchiesta che non è ancora chiusa.

Per il momento ci sono le accuse della Procura secondo cui gli accertamenti hanno fatto emergere un presunto contesto di grave degrado e condotte vessatorie ai danni dei lavoratori costretti a turni giornalieri di 10-12 ore, spesso oltre mezzanotte, e senza giorni di riposo o ferie. A fronte di contratti part-time risultati fittizi, le retribuzioni effettive si attestavano su cifre fra i 3 e i 4 euro l'ora, con paghe forfettarie da 30-50 euro al giorno. Per abbattere i costi contributivi, la gestione dell’attività avrebbe imposto la firma di false dichiarazioni di assenza non retribuita, generando un debito evasivo nei confronti dell'Inps superiore a 76.000 euro. Oltre a sanzioni amministrative per 6.680 euro, sono state emesse diffide accertative per recuperare oltre 140.000 euro di crediti patrimoniali spettanti ai lavoratori.

Sempre secondo l’accusa della Procura, l’indagine avrebbe fatto scoprire quello che gli investigatori non esitano a definire un «artificio documentale». I gestori avrebbe imposto a dipendenti, sotto minaccia di licenziamento, di firmare false dichiarazioni di assenze non retribuite per giornate interamente lavorate. Con la nomina dell’amministratore giudiziario, così come prevede la norma, i gestori indagati sono estromessi e la conduzione dell'attività viene affidata al professionista nominato dall’autorità giudiziaria con il compito di regolarizzare i contratti e ripristinare condizioni di lavoro adeguate. L’amministrazione giudiziaria dei beni connessi ad attività economiche è disciplinata dall’articolo 34 del decreto 159/2011 ( il cosiddetto Codice delle Leggi Antimafia).

Lo strumento nasce con la finalità di limitare i canali di accumulazione economica della criminalità di profitto anche laddove non sussistano i presupposti per l’applicazione del sequestro o la confisca di prevenzione, ma vi sia comunque la necessità di dover esercitare un’attività di bonifica dell’impresa. L’attività è stata illustrata in una conferenza stampa a cui hanno partecipato anche il procuratore Ettore Picardi,il comandante provinciale dei carabinieri Massimo Corradetti e il comandante del gruppo Nil di Roma Pier Giuseppe Zago. Nell’occasione è stato annunciato un protocollo operativo tra enti, attualmente in fase di elaborazione, proprio nella lotta al caporalato.

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