Madre e figlio in carcere: «Il coraggio di ricominciare»

Il racconto di una detenuta diventata mamma a 13 anni: «Grazie a lui mi sto riprendendo la mia vita, insieme possiamo ricostruire il nostro futuro»
TERAMO. Parlare del mio passato mi riporta indietro a ricordi dolorosi che nella mia vita hanno lasciato cicatrici mai rimarginate. Sono nata in una famiglia per bene, per chi giudica dall'esterno, in realtà l'unica cosa bella e magica in quella famiglia era mia madre che è volata in cielo quando aveva appena 32 anni, ed io quasi 9. Non si può capire cosa vuol dire nascere e crescere in un inferno, se non lo si vive sulla propria pelle. Il padrone di quel girone infernale era mio padre. Botte…calci…pugni…le ho cominciate a prendere quando avevo 4 anni. Come si può sopportare un dolore simile? Si può essere più forti del buio? Avevo solo 7 anni.
Imparai a convivere con il dolore, la rabbia, la disperazione, la morte nel cuore, tenendomi tutto chiuso dentro l'anima. A undici anni scappai di casa e andai a vivere in casa di quello che era stato sempre il mio ragazzo dalle elementari.
La sua famiglia divenne la mia, vissi anni da favola, lui mi chiamava la "sua piccola principessa", aveva solo un anno più di me.
Dopo due anni magici, a tredici anni mi accorsi di avere un'altra vita dentro di me. Io bambina, anche se non lo ero mai stata, ero diventata improvvisamente donna e mamma.
Nel frattempo Pino cominciava a fare uso di droga, la mia favola si stava trasformando in incubo. Intanto nacque il mio piccolo. Pino non voleva saperne di allontanarsi dalla droga così lo lasciai, ma non lo allontanai mai dal mio cuore, perché gli volevo bene. Andai via con mio figlio, consapevole di dovere essere per lui madre, padre, sorella, amica, ma crescere un figlio a quell'età è difficile, così per guadagnare soldi cominciai a spacciare e anch'io mi trovai nel tunnel della droga. Seguì il calvario della tossicodipendenza, entravo e uscivo dalla galera, cercavo nel frattempo di aiutare Pino, ma anche lui entrava e usciva dalla galera. Nostro figlio Gianluca cresceva, ma per i miei errori era maturato in fretta. Poi Pino morì a 38 anni, la vita per me era finita, volevo morire anch'io , anche perché mio figlio non era rimasto immune dalla droga. Per me fu un trauma, ma come potevo colpevolizzarlo visto che ero stata uno schifo di madre. In quel periodo era lui che mi incoraggiava, che mi proteggeva, ma presto conobbe anche lui la galera. Abbiamo affrontato tante difficoltà insieme e quando lui entrò in carcere nel 2009 aveva finalmente smesso di drogarsi.
Io entrai nel 2010, ancora sotto metadone, decisi di impegnarmi perché non potevo deludere il mio piccolo grande uomo, l'unico che mi aveva dato la forza di vivere. Ora ci troviamo insieme a Castrogno e se guardo indietro mi rendo conto dell'abisso in cui ero precipitata e dal quale mi ha tirata fuori mio figlio. Ho passato tante carcerazioni, ma questa volta mi rendevo conto che dovevo andare avanti, non bastava solo smettere la droga, ma dovevo costruire un futuro migliore per me e per mio figlio.
Con l'aiuto degli operatori ho iniziato a guardarmi dentro, ho ascoltato, cercato aiuto in tutti i modi e tutti, a loro modo, mi hanno teso una mano. Anche un delinquente se vuole può cambiare, la forza d'animo, la volontà e l'amore per un figlio fanno tanto. Mi è stata data l'opportunità di lavorare, ho continuato a collaborare con gli operatori a dimostrare la volontà di cambiare, ciò mi ha portato anche ad avere i primi permessi. Un giorno sono stata incuriosita dal progetto "genitorialità" propostomi da Matteo, il sociologo. Mi sembrava una buona opportunità per capire il mio ruolo di madre. Ho riacquistato fiducia nelle mie capacità, lasciandomi guidare da lui e dagli altri operatori.
Il primo traguardo è stato ottenere permessi insieme a mio figlio, in cui è stato bello guardarlo negli occhi, riallacciare un rapporto autentico, chiedergli perdono, fare un reso conto della nostra vita, degli errori, condividere la voglia di ricostruire il nostro futuro insieme. Oggi che ho raggiunto anche un altro traguardo importante, l'art.21, e che attraverso il progetto genitorialità ho capito quanto sia stata inutile la mia vita, posso affermare che il gioco non vale la candela. Niente può giustificare il non vedere crescere il proprio figlio, e vivere nell'illegalità, anche se ti porta a guadagni facili, è l'annientamento della propria vita.
Non c'è paragone col vivere quotidianamente di piccole cose, sane, orgogliosi di essere protagonisti della propria vita. Grazie a tutta l'area trattamentale di Castrogno per avermi aiutato a riprendermi la vita.Mi addormenterò sognando di svegliarmi finalmente un giorno accanto all'unico grande amore della mia vita: mio figlio Gianluca.
Fiorella Rapposelli
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