Marinaro compie ottant’anni: «Dai miei tempi è cambiato tutto»

9 Febbraio 2021

L’ex colonna del Psi abruzzese: «Crollate le ideologie e indeboliti i partiti la politica è diventata liquida Non sono nostalgico, però una volta c’era una selezione degli amministratori che ora non c’è più»

MONTORIO AL VOMANO. Non è vero che chi è schivo e lontano dai riflettori non pensi al prossimo. La prova vivente è Egidio Marinaro, 80 anni oggi, che ha dedicato, dice, «una bella fetta di storia personale» alla politica, ma anche al sindacato che, come la politica, è «un mettersi al servizio degli altri». Lo storico montoriese alla vigilia del compleanno si è raccontato al Centro in un’intervista.
Come vede la politica oggi, rispetto a quella che ha vissuto lei ieri?
«La politica è cambiata, è liquida. È tutto sempre molto provvisorio. E tutto questo è cominciato con lo sblocco del Partito comunista, ovvero quando è finita la paura politica del comunismo. Io ho sempre vissuto la politica come dimensione innanzitutto culturale, con tutte le implicazioni di potere che ci sono ovviamente nella politica. Quando dico questo, quindi, non voglio dire che sono stato un puro, perché come dice un vecchio proverbio "chi gestisce il mulino prima o poi si sporca con la farina". Senza avere nostalgia del passato, credo che chi si aspettava che arrivasse il meglio è rimasto deluso. Io stesso, che sono vissuto in un’era ideologica, credevo che almeno sopravvivessero e si affermassero le idealità. Invece non è accaduto. La politica oggi è totalmente diversa rispetto al passato, anche se poi le regole sono rimaste le stesse, come del resto gli assetti istituzionali. La politica è diventata liquida come la società, poiché la politica è sempre la proiezione della società. La politica cattiva contrapposta alla società buona non può esistere, non è mai esistita. La società legale è stata sempre la proiezione della società reale».
E della politica locale, che ha visto Montorio, a distanza di pochi anni, avere due gestioni commissariali cosa ne pensa?
«Due successive gestioni commissariali, fatto che non ha precedenti, sono il frutto della disintegrazione dei partiti. L’amministrazione Di Centa è figlia delle divisioni all’interno del Partito democratico, idem l’amministrazione Facciolini. Questo partito, che aveva i numeri per governare dopo la lunga gestione di Nori e Di Giambattista, se non si fosse messo a litigare non avrebbe certamente lasciato spazio a presenze cosiddette civiche non legate ai partiti e alle culture politiche. È stato a quel punto che si è pensato che potevano entrare tutti quelli che non avevano esperienza con la politica e questo ha portato al fallimento. Del resto, questa è la tendenza nazionale. E la politica locale presenta pochi dei pregi e molti dei difetti della politica nazionale. Anche in questo in caso, possiamo dire che la politica liquida ha inciso sull’orientamento elettorale».
Come vede gli amministratori locali di oggi, che sono alla continua e disperata ricerca dei fondi?
«Da sempre gli amministratori locali hanno dovuto reperire fondi. Allora c’erano i canali, che erano i partiti; oggi sono necessari gli agganci, perché comunque sono sempre i centri di potere istituzionale ad erogare i fondi. Ma bisogna avere un accesso a questi centri, non è possibile restare chiusi nei propri confini. Se sei isolato e non hai riferimenti, rapporti, collegamenti, è sicuramente difficile fare l’amministratore. Io personalmente non ho mai cercato grandi rapporti con i centri di potere, il minimo indispensabile. Per questo non ero nemmeno accreditato presso le segreterie di via del Corso. Non mi interessava. Ciò che mi interessava me lo sono conquistato. Quando ero in Regione ad esempio chiesi un appuntamento al Quirinale per invitare l'allora presidente Sandro Pertini all'Aquila. Quando entrai nel suo studio gli dissi: "Presidente, io sono venuto ad invitarla all'Aquila". E Pertini subito: "Come ad invitarla, ma tu non sei un compagno?". Lui era uno alla mano, così come lo vedevi. Bettino Craxi, invece, era più introverso e timido. Anche lui venne all'Aquila per l'inaugurazione del traforo e della nuova sede del consiglio regionale. I contatti con questi due massimi esponenti socialisti li ho avuti proprio nel periodo del mio ruolo istituzionale al consiglio regionale».
Pensa che gli amministratori di ieri fossero più preparati di quelli odierni?
«La selezione del personale politico avveniva gradatamente. Si partiva come segretario di sezione, poi si cercava di diventare amministratore comunale, poi regionale e infine c'era chi andava in Parlamento. Quando si cominciava si doveva avere questa visione di una serie di passaggi personali, lenti e graduali, che impegnavano molto. Se si riusciva ad avere un ruolo, questo facilitava l’approvvigionamento delle risorse. Oggi non ci sono più i partiti, tutti quelli che si presentano alle elezioni e raccolgono dei voti (che siano dieci o mille) hanno la convinzione che quei voti sono personali. Questo perché è venuto meno il ruolo del partito. E ciò vale a tutti i livelli, nazionale e locale».
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