«Mio figlio di sei anni è sotto le bombe»

La disperazione di un padre italiano per il bimbo rimasto nella città di Kherson controllata dai russi: «Non può fuggire»
SANT’EGIDIO ALLA VIBRATA. «Nostro figlio è bloccato sotto le bombe in Ucraina, non sappiamo come salvarlo». È, questo, il grido disperato di Vittoriano Talvacchia, che abita a Sant’Egidio alla Vibrata insieme alla compagna di origine ucraina, con cui sta vivendo giorni di forte preoccupazione. Il loro bimbo di sei anni è rimasto infatti con la nonna a Kherson, una delle città ucraine già finite sotto il controllo dei russi, in cui sarebbero in trappola decine di italiani.
«Non possono uscire in alcun modo dalla città, le carovane delle persone in fuga vengono fermate», spiega Talvacchia, che è in contatto con l’Unità di crisi del ministero degli Esteri ma per ora non vede spiragli. «Non dormiamo più, il pensiero va sempre lì. Ci aggrappiamo al fatto che riusciamo a parlarci ogni giorno, perché per fortuna le linee telefoniche hanno sempre funzionato, chissà per quanto ancora», aggiunge, «confidiamo nell’attivazione di corridoi umanitari. Davvero non capiamo perché si debbano bloccare anziani e bambini».
Quindi sulle condizioni in cui vivono il figlio e la suocera: «All’inizio della guerra abbiamo deciso di prendere spunto dal film “La Vita è Bella”. Abbiamo cominciato un gioco con il bimbo, chiedendogli anche di abbandonare il suo letto per andare a dormire nella vasca da bagno, cioè nella stanza più al sicuro dell’appartamento da possibili proiettili vaganti durante scontri a fuoco. E poi il gioco delle luci spente e del silenzio, per fingere che non ci fosse nessuno in casa», continua Talvacchia, «a sei anni, però, il bimbo ci ha messo poco a capire cosa stava davvero accadendo, mentre si intensificavano le sirene, le esplosioni e gli spari. Ora è spaventato anche lui, oltre alla nonna – che ha anche problemi di vista – e a noi che non possiamo fare nulla».
Continua il padre: «Lui non è mai stato in Italia. È nato in Ucraina, poi, per vicissitudini lavorative e anche per problemi con i documenti è rimasto a vivere temporaneamente con la nonna. Io non lo vedo da un anno e mezzo, ma lo sento tutti i giorni, gli mandiamo i soldi e avevamo deciso di andare a riprendere il bambino. Dovevamo andare a Natale, ma poi per impegni di lavoro della mia compagna abbiamo rimandato il viaggio a dopo le feste. A casa ho i biglietti già prenotati, ma poi è successo quello che è successo e non siamo potuti più partire. Se fossimo andati, magari ora saremmo tutti qua in Italia. Nessuno si aspettava una cosa del genere. A Kherson erano abituati ad avere la guerra a 200 chilometri da loro fin dal 2014».
(Ha collaborato
Domenico Laurenzi)
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