«Mio marito ucciso dopo il rave party Ma dico no al carcere per quei raduni»

6 Novembre 2022

Parla Claudia Francardi, la moglie dell’appuntato Santarelli preso a bastonate da quattro giovani di ritorno dalla festa: «Le norme per intervenire ci sono già, le nuove generazioni vanno aiutate in maniera diversa e non con le punizioni»

TERAMO. Tra il dolore e la rabbia resta uno spazio infinito: quello per trovare un senso e continuare a vivere. Ci finisci all’improvviso. E ci vogliono testa e cuore per stare dentro una tragedia rovesciando potenziali invettive in un messaggio di speranza. Lo sa bene Claudia Francardi, occhi che non si dimenticano, da 10 anni a raccontare in giro per l’Italia una storia diversa. Di perdono e di riconciliazione, di vittime e assassini. Oggi suo marito, l’appuntato teramano Antonio Santarelli partito da Notaresco per fare il carabiniere in Toscana, avrebbe 54 anni. Se n’è andato per sempre nel 2012 dopo un anno di coma, massacrato a colpi di bastone dall’allora 19enne Matteo Gorelli fermato per un controllo dopo un rave party. E nei giorni delle nuove regole sui rave, le parole di Claudia ancora una volta fermano il tempo e vanno oltre. «Le norme ci sono già e non credo si debba ricorrere a sei anni di carcere», dice, «i ragazzi si devono aiutare in maniera diversa non certo con punizioni. Ne parlo in modo pacifico e senza fare polemiche, ma con la forte necessità di parlare alle nuove generazioni con parole diverse».
Perché Claudia, 54 anni, un lavoro in banca e un figlio di 24 che ne aveva poco meno di 14 quando il padre venne ucciso e che da poco si è laureato in chimica organica con 110 lode, abbatte i luoghi comuni senza buonismo quando inizia a incontrare Gorelli dopo aver incrociato in un’aula di tribunale il suo sguardo, quando da mamma parla con Irene la madre dell’assassino di suo marito. Insieme fonderanno l’associazione “Amicainoabele” e ormai da tempo girano l’Italia per raccontare la loro storia, per parlare nelle scuole di «giustizia riparativa», di carceri e detenuti da reinserire. Lei senza mai dimenticare, ma guardando oltre. «Perché è stato un percorso lungo e difficile. Solo chi ha vissuto una situazione così può capire e per me è stata una forte esigenza di riappacificazione», ripete, «ho abbattuto il giudizio e quando lo fai ti si apre il mondo. Non ho voluto cedere al rancore, non ho permesso che mio marito sia morto invano. Antonio era un carabiniere molto legato al suo lavoro, al senso di giustizia. Credeva nella giustizia ma non era giustizialista. Era una persona buona, un illuminato, da carabiniere credeva con tutto se stesso nel recupero degli adolescenti, nella possibilità di reinserimento dei giovani. L’ho sempre sentito molto vicino in quello che ho fatto».Perché la vita, alla fine trova sempre la sua strada. «Mio marito era uno che credeva fermamente in quello che faceva, che credeva nell’impegno quotidiano dell’Arma, nei valori trasmessi», continua Claudia, «faceva il suo lavoro con il cuore e con il rispetto delle regole. Era un uomo giovane che avrebbe potuto dare ancora molto alla società civile di questo paese. Ecco, mio marito era un uomo che credeva nei valori della società civile, nel rispetto delle regole e nei valori da trasmettere con il cuore. Se fosse vivo oggi continuerebbe a fare il carabiniere fiero di esserlo e sempre pronto ad aiutare gli altri avendo la certezza che tutti possano essere salvati».
Antonio Santarelli è stato insignito dalla medaglia al valor civile dalla Presidenza della Repubblica. «Nelle cose bisogna trovarsi fino in fondo per capire che la vita si può stravolgere e ti può stravolgere da un momento all’altro», conclude Claudia, «e allora bisogna ricominciare, ripartire, darsi e dare una seconda possibilità. Perché passata la rabbia, passato il momento del “perché proprio a me”, resta il dolore da cui imparare per cambiare».
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