Missione Africa per lo Zooprofilattico

L’istituto opera nel continente nero dal 1994 e oggi è partner di 13 Paesi. Il dg Mattioli: «Attività importantissima»
TERAMO. C’è Africa e Africa. C’è l’Africa dolente delle guerre, della fame e delle migrazioni di massa e c’è un’Africa che tenta di progredire, che prova a farcela da sola. In un bel pezzo di quest’Africa che non molla l’Izsam (istituto zooprofilattico dell’Abruzzo e del Molise) è presente dal 1994 con attività di ricerca e con programmi di formazione e trasferimento delle competenze rivolti ai servizi veterinari dei Paesi partner. La “missione Africa” dell’istituto intitolato al fondatore Giuseppe Caporale si è sempre più radicata e diffusa negli anni. Dal 2014 i progetti attivati sono stati 16, con un budget di tre milioni e mezzo di euro, e hanno interessato 13 Stati africani. Ma, al di là dei numeri, il direttore generale dell’istituto Mauro Mattioli in un’intervista al Centro vuole sottolineare la qualità e l’importanza di questa attività. Che non è certo filantropismo, ma è un eccezionale scambio di vantaggi non solo scientifici ma anche economici tra noi e il continente nero.
Partiamo dal principio. Perché lo Zooprofilattico di Teramo è andato in Africa, direttore Mattioli?
«All’epoca, la metà degli anni Novanta, la potenza di fuoco dell’istituto era superiore alle esigenze regionali e si guardava al mondo, alla ricerca senza confini. La dirigenza dell’epoca, ovvero la gestione di Vincenzo Caporale, ha avuto un’intuizione buona. Ci si è preparati per tempo alla globalizzazione».
In genere i progetti di ricerca internazionali hanno difficoltà a durare. In questo caso, invece...
«Vero, in genere costruire rapporti stabili non è comune. Finiti i fondi, addio. In questo caso invece l’attività, con il sostegno del ministero della Salute, è stata costruita bene, in modo che continuasse. Basti pensare che in Namibia, la prima nazione dove l’istituto ha operato, è stato creato un laboratorio veterinario centrale diventato centro di riferimento dell’Oie e che ha un ruolo importante in tutta la regione. Poi questo laboratorio ha generato una facoltà di veterinaria».
Perché per uno Zooprofilattico italiano è importante stare in Africa?
«Intanto chiariamo che in Africa noi siamo leader, altri Zooprofilattici come Milano, Brescia e Padova hanno fatto qualcosa ma si è trattato di attività spot. È importante stare lì perché l’Africa rappresenta di per sé un “bisogno emergente”, dato che, secondo le previsioni, nei prossimi 25 anni la popolazione mondiale crescerà di circa 3 miliardi e di questi complessivamente il 50% circa sarà di origine africana. Da qui si intuisce l’importanza di affrontare, fin da ora, le questioni relative a sanità pubblica e sicurezza alimentare. La crescita esponenziale a cui andrà incontro il continente africano porterà un aumento dei fabbisogni alimentari, anche di proteine animali. Una mancata cura e sorveglianza della sicurezza dove ci sono ampie concentrazioni di persone e dove vengono prodotti e stoccati grandi quantitativi di alimenti espone la popolazione a gravi rischi connessi alla catena di distribuzione degli alimenti. Il processo di urbanizzazione e industrializzazione porterà con sé anche le aspirazioni, da parte dei Paesi africani, a intercettare fette di mercato internazionale: la salubrità e la qualità degli alimenti rappresentano un “passaporto” per accedere al settore delle esportazioni».
Cosa fa precisamente l’Izsam laggiù?
«La presenza dell’Izsam in questo circuito nasce, originariamente, per sostenere i programmi di formazione e trasferimento di know how rivolti ai servizi veterinari dei diversi Paesi partner, attraverso i Twinnig, gemellaggi amministrativi che prevedono anche il distacco di un funzionario dell’istituto nel Paese da formare. Il referente delle nostre attività in Africa è Massimo Scacchia. L’elevato livello tecnologico delle attività diagnostiche condotte all’interno dell’istituto ha rappresentato lo strumento propulsivo per questi percorsi. Il rapporto con questi Paesi si è esteso ad altri, importanti, ambiti di collaborazione, come il controllo e il contenimento delle malattie infettive che possono diffondersi tra gli animali e contagiare anche l’uomo. La minaccia rappresentata dall’arrivo sul territorio nazionale di malattie esotiche, ossia non presenti al momento, verso le quali il patrimonio zootecnico è totalmente esposto dal punto di vista immunitario, fa temere effetti devastanti sulla zootecnia europea. La capacità di riconoscere queste patologie, di diagnosticare e rispondere con azioni volte a contrastarne la diffusione, non può prescindere dallo studio della malattia, dalla sua definizione, e dalla capacità di misurarne gli effetti. L’acquisizione di questi elementi può essere raggiunta solo attraverso uno stretto contatto con la malattia dove è presente e nelle condizioni ambientali in cui si diffonde. E’ sulla scorta di queste considerazioni che l’attività dell’Izsam si è spostata nei Paesi africani, che rappresentano un serbatoio di patologie infettive che minacciano uomo e animali».
Cosa fate contro queste malattie?
«Insieme ai partner locali sono stati portati avanti programmi per arginare o debellare le malattie e, al contempo, acquisire le conoscenze indispensabili per riconoscere l’arrivo delle malattie anche nelle sedi in cui attualmente non sono presenti. Sono stati prodotti presidi vaccinali in grado di difendere gli animali da patologie virali e batteriche aggressive. Allo stesso tempo sono state studiate, ormai con un dettaglio molecolare, le reazioni che l’agente patogeno provoca nell’animale ospite con l’obiettivo di trovare gli strumenti e le strategie necessarie a potenziare le risposte naturali dell’organismo. In Africa c’è una biodiversità favolosa che qui abbiamo perso, è uno scrigno di soluzioni biologiche che vanno scoperte».
In tutta questa attività non è fondamentale la capacità di misurare i fenomeni?
«Certamente. Una parte delle ricerche si è concentrata sull’identificazione del patrimonio zootecnico, la definizione di un’anagrafe degli animali, idealmente con una corrispettiva geolocalizzazione per creare un data base su cui inserire via via sempre più informazioni al fine di disegnare un quadro complessivo della popolazione animale, che consenta di inquadrare in un contesto globale i rischi di diffusione delle malattie. L’Izsam ha anche sviluppato un apposito applicativo, denominato Silab For Africa per la gestione delle attività di laboratorio, ed è stato installato, a febbraio di quest’anno, in due Istituti veterinari di Nairobi, in Kenya. Il Kenya è il settimo Paese africano a cui abbiamo fornito il proprio applicativo per la gestione delle attività di laboratorio, offrendo costante supporto e assistenza. Gli altri Paesi che già utilizzano Silab for Africa sono Botswana, Namibia, Tanzania, Zambia, Zimbabwe e Uganda».
Recentemente avete ospitato a Teramo i rappresentanti dei Paesi africani partner. Cosa è venuto fuori da questo incontro?
«Sulla scorta dei programmi e degli obiettivi condivisi durante il workshop, è in fase di sottoscrizione, da parte dei Paesi che hanno partecipato, un documento congiunto con alcune richieste: continuare a sostenere le attività di formazione e aggiornamento per costruire le basi e le competenze per realizzare solidi progetti condivisi di ricerca; focalizzare le attività di ricerca sui programmi volti a rilanciare produzioni agro-alimentari sostenibili e con livelli di sicurezza necessari sia a coprire i fabbisogni locali, sia a competere sui mercati internazionali; sviluppare strategie volte ad ottimizzare l’uso di attrezzature, risorse umane e know-how presenti nella rete; esplorare le opportunità di finanziamento di progetti da parte di finanziatori internazionali e di portatori d’interesse; garantire un costante ed interattivo livello di comunicazione tra i partner per condividere lo stesso avanzamento dei lavori e progettare le iniziative future».
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