Morro d’Oro, morì per una trasfusione: agli eredi va un milione

22 Giugno 2014

La Corte d’appello condanna il ministero della Salute a un maxi risarcimento: l’uomo è morto nel 2000 a 66 anni per l’epatite C

MORRO D’ORO. Oltre un milione e 100mila euro di risarcimento per un errore medico. È la somma che dovrà sborsare il ministero della Salute a favore dei tre eredi di un uomo di Morro D’Oro morto nel 2000 all’età di 66 anni per le conseguenze di un’epatite C contratta a causa di una trasfusione con sangue infetto cui era stato sottoposto all’ospedale di Giulianova tra l’8 dicembre 1986 e l’8 gennaio 1987, quando aveva 53 anni. Così, dopo 14 anni di attesa, la moglie e i due figli del defunto, difesi dall’avvocato Piero Colleluori, con sentenza della Corte di appello dell’Aquila del mese scorso, hanno ottenuto un indennizzo perché i giudici hanno ricondotto la causa del decesso a una trasfusione di sangue infetto da virus Hcv, reponsabile dell’epatite di tipo C.

Il ministero della Salute si era opposto al risarcimento sostenendo, tra l’altro, che nel frattempo era intervenuta la prescrizione. «La Corte di appello», è il commento dell’avvocato Colleluori, «ha applicato un recente principio secondo cui nel danno da malattia, che può rimanere silente per anni, come nel contagio da epatite C, il giorno di inizio della prescrizione decorre non dal momento del contagio o dal momento della scoperta della malattia, ma dal momento della consapevolezza che il danno è stato cagionato dalla negligenza del ministero, escludendo altri fattori di rischio. Consapevolezza che può avvenire anche molti anni dopo il contagio, come nel caso degli eredi da me rappresentati, e la prova dell’inizio della prescrizione è a carico del ministero della Salute». I giudici hanno quindi riconosciuto il nesso di casualità tra trasfusione e la morte, avvenuta 14 anni dopo, come a sua volta certificato dalla commissione medica.

Così nella sentenza è riportato il calcolo del risarcimento del danno, comprensivo di interessi e rivalutazione monetaria, quantificate, come da dispositivo del giudice, in 322.695,55 euro per ciascuno dei tre eredi, più il danno del defunto valutato 127.960,84 euro. La somma totale comprese le spese legali del doppio grado di giudizio supera quindi il milione e centomila euro. Per certi versi si tratta di una sentenza innovativa, in quanto il principio espresso dalla Corte dilata il termine di prescrizione, permettendo in questo modo il risarcimento anche a chi ha subito trasfusioni molti anni fa. Se si considera che in Italia ci sono 750.000 infettati, non è difficile immaginare che un verdetto di tale portata possa dare la speranza dell’indennizzo a coloro che hanno intrapreso la via legale per ottenere giustizia e, soprattutto, il risarcimento per il danno subito.

L’altro elemento al quale si era appigliato il ministero – che nel giudizio di primo grado si era visto riconoscere le proprie ragioni dal tribunale – si basava sul fatto che all’epoca della trasfusione con sangue infetto non erano ancora conosciuti i virus dell’epatite B e dell’epatite C e quindi non erano ancora disponibili i test per identificarne la presenza. La Corte d’appello ha respinto tale argomentazione dal momento che già all’epoca era ben conosciuto il rischio di trasmissione di epatite virale e la rilevazione, per quanto indireta, del virus era possibile mediante la determinazione delle transaminasi; «tanto è vero», si legge nella sentenza, «che sin dalla metà degli anni 60 erano esclusi dal possibilità di donare il sangue coloro i cui valori delle transaminasi e delle Gpt fossero alterati».

Federico Centola

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