Morì dopo l’intervento, 4 medici a giudizio

13 Giugno 2014

La vittima era un giovane rosetano che venne operato per un ’appendicite all’ospedale di Atri

TERAMO. Morì a 27 anni dopo essere stato operato di appendicite all’ospedale di Atri. Morì dopo un mese di agonia per un edema cerebrale causato, come accerterà l’autopsia, dalle conseguenze di una forte disidratazione e di un estremo tentativo di salvarlo con una massiccia immissione di liquidi.

Era il 13 agosto 2010 quando il cuore di Giusepe Piccioni, giovane operaio rosetano, cessò di battere nella rianimazione dell’ospedale di Atri. Esattamente un mese prima era stato sottoposto a un intervento di appendicectomia, le cui conseguenze si riveleranno fatali. Di quella morte dovranno rispondere davanti al tribunale quattro medici dell’ospedale San Salvatore: il primario di chirurgia Osvaldo De Berardinis, i chirurghi Alfredo Torretta e Alfonso Prosperi e il nefrologo Maurizio Tancredi, tutti rinviati a giudizio dal gup del tribunale di Teramo Giovanni Canosa. Nell’udienza di ieri il giudice ha ammesso la costituzione di parte civile dei familiari di Piccioni, rappresentati dall’avvocato Claudio Iaconi, mentre i quattro medici, tutti stimati professionisti, sono difesi dagli avvocati Tommaso Navarra, Gianni Gebbia e Maurizio Dionisio. Sarà dunque il giudice del dibattimento – l’8 febbraio 2015 – a stabilire se vi fu effettivamente la responsabilità dei medici nella morte del 27enne rosetano o se fu invece un tragico evento imprevedibile e inevitabile.

Piccioni era andato in ospedale in preda a forti dolori addominali ed era stato operato per l’appendicite e una sospetta occlusione intestinale. Il decorso post-operatorio non si era rivelato favorevole e il giovane aveva cominciato a sudare abbondantemente e ad avere forti scariche di diarrea e conati di vomito. Aveva quindi perso moltissima acqua, circostanza che avrebbe determinato un pericoloso aumento del sodio nel sangue. Secondo le accuse – tutte da provare ovviamente – i medici non avrebbero preso nella giusta considerazione la disidratazione del paziente, il cui quadro clinico, invece, si andava progressivamente aggravando. Piccioni era entrato in stato confusionale e stava sempre peggio: quando la situazione era diventata critica gli era stata praticata – in maniera troppo repentina, secondo le accuse – una massiccia reidratazione che avrebbe causato uno stress emodinamico. A quel punto era insorto un edema cerebrale al quale era seguita la morte.

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