Morì nell’auto finita nel fiume, 4 indagati

La strada non aveva il guard-rail. Il pm conclude le indagini accusa due dirigenti e due dipendenti della Provincia
TERAMO. Morì nell’auto rotolata nel burrone e finita nel fiume, precipitata da una strada senza guard-rail e con un parapetto di cemento ormai rotto: una delle tante vie ai limiti dell’impraticabilità. A quasi due anni dal drammatico incidente stradale in cui perse la vita il 69enne caldaista teramano Cesare Carginari, la procura chiude l’inchiesta e manda quattro avvisi di garanzia ad altrettanti dirigenti e dipendenti della Provincia, ente competente per la manutenzione della strada tra Aprati e Cesacastina su cui avvenne la tragedia. Per tutti l’accusa è quella di omicidio colposo in concorso perchè, con diversi ruoli, non avrebbero provveduto al rispetto di tutte quelle norme previste per la sicurezza. Sotto accusa la mancanza del guard- rail e di ogni altra misura di protezione. Carenze che nel corso del tempo sarebbero state segnalate dal personale addetto alla pulizia di quel tratto di strada.
Dopo l’avviso di conclusione firmato dal pm Andrea De Feis (titolare del fascicolo), i due dirigenti del settore viabilità e i due capi del nucleo operativo di manutenzione stradale, hanno venti giorni di tempo per presentare memorie o farsi interrogare.
Carginari, notissimo artigiano molto conosciuto in città dove per 50 anni aveva svolto l’attività di caldaista facendosi apprezzare e benvolere da tutti, perse la vita nell’incidente il 16 agosto del 2013. E proprio il suo grande attaccamento al lavoro quel giorno lo aveva portato fino a Cesacastina, sui monti della Laga, per controllare la caldaia di un cliente. A bordo della sua Panda 4x4 Carginari si era inerpicato sulla provinciale 45A. Una strada dall’asfalto pieno di buche e con vecchi parapetti. Dopo aver fatto il lavoro, Carginari aveva ripreso la strada del ritorno verso Teramo. Nell’affrontare una curva l’uomo aveva perso il controllo del mezzo che era finito contro quel che restava di un vecchio parapetto in cemento sistemato alla meno peggio con delle assi di ferro. Le assi non avevano retto all’urto e la macchina era finita in un dirupo facendo un volo di cento metro. La Panda era atterrata capovolta nel fiume Vomano e qui l’uomo, molto probabilmente già non più cosciente, era morto. I primi ad allarmarsi furono i familiari che, non vedendolo rientrare a casa, cominciarono a chiamarlo sul cellulare senza avere risposte. Ed i primi ad insospettirsi furono proprio i figli dell’artigiano nel percorrere quella strada alla ricerca del padre. Oggi l’inchiesta è chiusa: resta il dolore di una famiglia e l’amarezza per quella strada dissestata, con un parapetto inutile.(d.p.)
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