Negli Usa e ritorno per battere l’epilessia

3 Febbraio 2019

Ricercatrice teramana alla ribalta internazionale: un suo studio pubblicato sulla rivista scientifica di neuroscienze

TERAMO. Le scelte di vita spesso diventano tali per caso. «Se anni fa mi avessero detto quello che avrei fatto probabilmente non ci avrei creduto»: ci scherza su Giovanna Paolone ora che il suo nome campeggia sulla rivista scientifica “Journal of Neuroscience” come prima autrice di una ricerca su una nuova tecnologia per bloccare l’epilessia. È una storia ben radicata nella realtà di oggi quella di questa giovane ricercatrice partita da Penna Sant’Andrea con un diploma di ragioniera in tasca per studiare psicologia sperimentale alla Sapienza di Roma. Poi la laurea, un dottorato in farmacologia, il colpo di fulmine per la ricerca, i viaggi su e giù per l’Italia, otto anni tra Canada e Stati Uniti prima di tornare e quell’etichetta di “cervello in fuga” che a lei proprio non va. «No, non mi piace questa frase perchè il muoversi fa parte della ricerca», ti dice mentre in treno, come ogni fine settimana, da Verona torna a Penna dalla sua famiglia, «io sono convinta che in Italia si possa fare ottima scienza. Certo le risorse per la ricerca sono limitate, tutto è più difficile, ma si può fare». Perché la realtà è quella che vive nelle storie di tutti i giorni, di chi si rimbocca le maniche e trova nelle difficoltà il guizzo creativo e geniale che fa la differenza. Oggi Giovanna è una ricercatrice con contratto al dipartimento di diagnostica e sanità pubblica dell’università di Verona e quel suo lavoro sull’epilessia l’ha catapultata sulla scena internazionale. Uno studio fatto tra gli Stati Uniti (esattamente Providence), in collaborazione con Gloriana Therapeutics, l’azienda biotech americana che ha sviluppato la metodica, e l’università di Ferrara dove all’epoca era assegnista di ricerca.
Parliamo di questa ricerca sull’epilessia che l’ha fatta conoscere al mondo. Che cosa prevede?
«Diciamo innanzitutto che è una ricerca preclinica e che attualmente si sta passando allo studio clinico con una sperimentazione sui pazienti che dovrebbe essere completata tra tre, cinque anni per poi trovare applicazione anche per i malati di Parkinson e Alzheimer. È un trattamento innovativo sperimentato, appunto, a livello preclinico che può ridurre le crisi epilettiche del 75%. Si tratta di una membrana impiantata nell’ippocampo che rilascia direttamente nell’area le sostanze terapeutiche. La nuova tecnologia è stata applicata ad un modello di epilessia del lobo temporale nell’animale da laboratorio. Cellule umane, ingegnerizzate per rilasciare la proteina Gdnf (Glial cell-Derived Neurotrophic Factor (ndr), sono state incapsulate in una membrana semipermeabile e biocompatibile e impiantate nell'ippocampo, un'area cerebrale coinvolta nell'epilessia. L'impianto permette così il rilascio continuo delle sostanze terapeutiche direttamente nella zona danneggiata».
La sperimentazione che è stata portata avanti che cosa ha evidenziato?
«La sperimentazione ha evidenziato effetti positivi anche sui modelli di comorbidità spesso associate alla malattia e che complicano il quadro clinico del paziente. I risultati ottenuti sono molto promettenti; tuttavia è necessario approfondire ulteriormente le conoscenze sugli effetti del trattamento proposto e prima di passare all'uso vero e proprio del trattamento è necessario effettuare una validazione clinica di efficacia e sicurezza del trattamento sull'uomo».
Lei attualmente è una ricercatrice con contratto all’università di Verona. Prima ha girato l’Italia con incarichi in varie università e per otto anni è stata tra gli Stati Uniti e il Canada. Si considera un “cervello in fuga” di ritorno?
«Non condivido l’etichetta di cervello in fuga perché il muoversi da un Paese all’altro fa parte della ricerca. Certo è un argomento molto complesso, ma io sono convinta che in Italia si possa fare ottima scienza. È difficile, le risorse sono limitate, ma si può fare. In una cosa credo fermamente: è il sistema che deve essere cambiato con la valorizzazione di meriti e competenze. Io di sacrifici ne fatti tanti, ma alla fine ho trovato una università che ha scelto di investire sul mio lavoro. Certo niente è facile, ma penso che sul fronte della ricerca e delle tante professionalità che questo settore esprime il nostro Paese non abbia nulla da invidiare agli altri».
Ha girato il mondo e l’Italia, ma appena può torna dalla sua famiglia a Penna Sant’Andrea. Oggi come vede il suo Abruzzo?
«Oggi più che mai vedo l’Abruzzo come una terra forte e piena di risorse nonostante quello che è successo con il terremoto. Noi abruzzesi riusciamo a rimboccarci le maniche e ad andare avanti».
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