Nel centro migranti “Salam” nasce un laboratorio di sartoria

1 Marzo 2020

I rifugiati che partecipano al progetto stanno imparando a confezionare abiti e tappezzerie L’obiettivo è aprire un negozio a San Gabriele dove vendere le proprie creazioni e autofinanziarsi

ISOLA DEL GRAN SASSO. I colori accesi e le fantasie allegre delle stoffe disposte su pile ordinate catturano l’attenzione nel piccolo laboratorio di sartoria e tappezzeria del Centro migranti gestito dall'associazione “Salam” di Isola del Gran Sasso. Stoffe che provengono e raccontano terre lontane come l’Africa, l’Asia e l’America latina, i paesi dei ragazzi e delle ragazze che partecipano al progetto di cucito “Abiti dal mondo” e parlano di speranza, sogni e futuro. Il futuro di chi è fuggito dalla guerra e dalla povertà per trovare un’opportunità di rinascita che passa anche da questo progetto di moda che coniuga creatività, artigianalità, solidarietà e contaminazione di culture e stili. “Abiti dal mondo” è partito quest’anno nel centro di Isola dopo il riuscito esperimento nella sede di Salam a Taranto e ogni giorno impegna una decina di migranti, sotto la guida e gli insegnamenti della stilista aquilana Francesca Sciotti, a creare abiti, borse e accessori in stile etno-chic, rifoderare poltrone e sedie e realizzare quadri, vere e proprie opere d’arte, utilizzando i ritagli di panno rimasti. Ogni creazione è un insieme di storie, emozioni, impegno e gioia per la riuscita.
«I progetti degli anni scorsi svolti dai ragazzi, come quello della cura del verde pubblico e della riscoperta dei sentieri di montagna, hanno avuto successo, ma quest’anno ospitiamo intere famiglie e abbiamo pensato che il cucito è adatto sia per gli uomini che per le donne. Ringraziamo la prefettura di Teramo per il sostegno che ci dimostra sempre», spiega Simona Fernandez, responsabile del centro che ospita quaranta migranti. Questi vivono in appartamenti e lavorano nelle cooperative del territorio grazie proprio ai progetti di iniziazione ai mestieri portati avanti dal centro. I sarti e tappezzieri in erba percepiscono un piccolo contributo e sono entusiasti del progetto, tanto da riportare il lavoro a casa.
«Gli allievi sono bravissimi e rapidi nell'apprendimento», dice Sciotti, «ognuno dà spazio alla propria fantasia ricorrendo a tecniche usate dai popoli di provenienza con risultati eccellenti. C’è un interscambio e un arricchimento reciproco che è una ricchezza per loro e per noi». Ogni migrante nell'atelier ha la propria specialità. Rachel, una ragazza peruviana arrivata in Italia con la sua bambina, è bravissima a intrecciare secondo una tradizione tramandata nelle Ande fili colorati che utilizza per realizzare quadri e bracciali. Blessing, una ragazza nigeriana in passato vittima di tratta, si è specializzata nella creazione di abiti per bambini con il suo fidato modello, suo figlio di tre anni. Sare Ali dal Burkina Faso è un bravo falegname e si dedica principalmente alla tappezzeria. «Questo progetto mi sta aprendo a un mondo nuovo che mi ha conquistato», confida. Poi ci sono Lanin e Soleman dal Gambia: il primo è l’addetto alla realizzazione di cravatte e papillon e il secondo è abile a cucire e tagliare stoffe senza ricorrere alla carta - modello. «Ci piace molto imparare questi mestieri», rivelano i migranti, «siamo felici che possiamo esprimere noi stessi e possiamo unire le nostre culture alla vostra».
Il sogno di Simona e dei ragazzi è quello di aprire una piccola bottega a San Gabriele dove vendere le creazioni come autofinanziamento per far proseguire e ingrandire il progetto. «Siamo orgogliosi di poter riscoprire mestieri della nostra tradizione che si stanno perdendo e che i ragazzi possono impararli e utilizzarli nel loro futuro», conclude Fernandez, «ogni creazione è espressione di umanità, solidarietà, amore verso il prossimo e il diverso che arricchisce».
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