Nicoletta Dale: vi racconto Ivan nonno Nino e 50 anni di musica

La nipote dell’indimenticato musicista teramano che suonava con Modugno, Mina e Nilla Pizzi «Graziani era uno di famiglia, venne a far sentire al nonno il pezzo a lui dedicato e lo fece piangere»
TERAMO. «Che avrebbe detto oggi mio nonno ai teramani? Mi sembra di sentirlo il suo “jamm’ anninz”». Si cresce nel solco del proprio destino e se è quello tracciato da quel Nino Dale immortalato per sempre nella canzone di un indimenticato Ivan Graziani, allora non si può che essere innamorati della musica come lo fu lui in giro per il mondo con la sua orchestra e come oggi lo è Nicoletta Dale. 45 anni, sorriso che conquista ed entusiasmo che travolge su un viso da ragazzina, è cresciuta con nonno Nino (scomparso nel 2007 ad 86 anni).
Nella grande casa del centro storico, quella in cui Graziani mangiava il timballo di nonna Jolanda, le note raccontavano il mondo che cambiava ad una bambina poi diventata cantante e fondatrice dell’associazione “Faremusika” in una famiglia in cui nonno Nino non ha mai smesso di trasmettere passione per la vita. Perché prima di essere mille altre cose questa è la storia di un uomo che amava immensamente la musica e che ha sempre guardato oltre. Oltre il tempo e gli stereotipi. Alla musica si era avvicinato da giovanissimo studiando clarinetto al Braga e poi sassofono. Con la sua orchestra “Nino Dale and his modernists” negli anni Sessanta ha girato l’Italia e fatto tournée all’estero. Scoprendo talenti come Ivan Graziani (per anni nella sua orchestra e amato come fosse uno dei suoi tre figli) e collaborando con nomi come Domenico Modugno, Mina, Milva e Ornella Vanoni.
Partiamo da “Nino Dale and his Modernists”, la canzone che Graziani ha dedicato a suo nonno. Cosa disse quando la sentì per la prima volta?
«Noi della famiglia non dimenticheremo mai quel giorno. Era il 1983 e Ivan venne a trovarci così come faceva spesso perché lui era di casa. Gli disse che voleva fargli sentire una canzone, ma mio nonno non sapeva di cosa si trattasse visto che Graziani non gli aveva anticipato niente. Ricordo il silenzio e le lacrime di mio nonno, la sua commozione nel sentire quelle parole che lo raccontavano come era sempre stato: appassionato e sempre alla ricerca di nuovi talenti».
Graziani come aveva conosciuto suo nonno?
«Ivan era amico di mio padre Gianni e quindi frequentava casa nostra. Aveva appena 18 anni quando il nonno lo chiamò nella sua orchestra. E da allora il rapporto non si è mai interrotto. Per nonno era come un figlio e io ricordo che non c’era volta in cui veniva in città che non passasse a casa nostra. Perché nonno amava i giovani, amava scoprire nuovi talenti. Per noi avere a casa tanti musicisti era un fatto normale. Rodolfo Tulli, Marco Renzi, Vincenzo Di Sabatino, il papà di Paolo, erano presenze abituali. Graziani lo vedevo spesso a casa e ricordo che quando diventò famoso i miei compagni di classe mi chiedevano di fargli avere un autografo. I primi tempi ero stupita perché per me non era il cantante famoso ma un amico di famiglia, uno che quando veniva si fermava a mangiare il timballo di nonna Jolanda o i suoi impareggiabili caggionetti. Uno dei grandi insegnamenti di mio nonno è stato questo, ovvero le grandi amicizie nel nome della musica. Cosa che vedo anche oggi nella scuola “Faremusika” perché la musica resta un collante particolare. Si possono prendere strade diverse, ma l’amicizia creata dalla musica negli anni resta molto forte. E poi, altra grande cosa di nonno, il fatto di non essere stato mai invidioso di nessuno. Lui gioiva sempre del successo degli altri, di Graziani andava fiero veramente come fosse stato un figlio».
Nella sua famiglia la musica ha accompagnato tutti. Suo padre Gianni con i fratelli Marco ed Elisa, cugini e sorelle. Una scelta obbligata?
«Obbligata solo dalla grande passione trasmessa da mio nonno a tutti noi. Per me è stato basilare. Non avrei fatto niente di quello che ho fatto se non avessi avuto nonno. Lui è sempre stato un grande appassionato delle cose che faceva. Nel primo dopoguerra andò a fare un provino per la radio dell’allora Eiar a Bari imparando al cinema le canzoni delle colonne sonore dei film che lui cercava di memorizzare, fino all’ultima nota, senza partitura e senza niente. Aveva un consiglio per tutti e aveva la grande capacità di riconoscere il talento. Ho il grande rammarico di non aver seguito un suo consiglio perché mi diceva di imparare a suonare la batteria visto che in quegli anni le donne che suonavano quello strumento erano veramente poche e che avevo l’indole giusta. Oggi mi pento sempre di non averlo fatto perché anche in questo mio nonno aveva visto giusto e soprattutto lontano».
Pensa che Teramo abbia dimenticato suo nonno?
«No, proprio no. Lo sento, lo percepisco insieme a tutta la nostra grande famiglia. Perché tutte le volte che faccio una serata, che c’è un’occasione pubblica, il nome di nonno salta sempre fuori. Lui era nato a Viareggio e poi si era trasferito a Teramo ma questa città l’amava profondamente, era diventato un teramano doc che aveva girato il mondo con la musica ma che era sempre tornato in quella che era diventata la sua Teramo. E oggi direbbe un grande “Jamm’ anninz”».
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